Un anno fa il disastro La valle fa ancora i conti con la «tempesta Vaia»

Uno dei tanti boschi camuni rasi al suolo dalla tempesta Vaia
Uno dei tanti boschi camuni rasi al suolo dalla tempesta Vaia
L.FEBB. 30.10.2019

Tra sabato 27 e le prime ore di martedì 30 ottobre dello scorso anno, le regioni dell’Italia Nordorientale erano state colpite da una perturbazione tra le più intense degli ultimi trent’anni, poi battezzata «Vaia» dai meteorologi. L’evento era stato principalmente caratterizzato da due fasi differenti: forti piogge tra sabato e domenica, impetuosi venti di scirocco e intensi temporali tra lunedì e martedì. Anche diverse aree boschive della Valcamonica erano state devastate, in particolare nella serata di lunedì 29 ottobre, da furiose raffiche che gli esperti hanno stimato soffiassero tra i 150 e i 200 chilometri orari. NELLA VALLE dell’Oglio e in quelle laterali la tempesta di vento aveva abbattuto centinaia di ettari di foreste, mentre gli acquazzoni avevano innescato decine di piccoli e grandi smottamenti causa di una forte compromissione della viabilità montana. Le zone più colpite, che anche oggi mostrano evidenti i segni del disastro, vanno dai monti di Sellero alla Valsaviore; dalla Valle dell’Allione sopra Paisco alla Val Malga di Sonico; dai boschi vicino a Vico di Edolo a quelli di Corteno Golgi e Aprica, per risalire l’alta valle e arrivare al bosco sacro di Pezzo. Come detto, a distanza di un anno le gravi ferite inferte al patrimonio forestale e al territorio sono ancora ben visibili. In questi dodici mesi le squadre di operai dei consorzi forestali camuni e delle aziende boschive, coordinate dai funzionari della Comunità montana Giovan Battista Sangalli e Alessandro Ducoli, grazie soprattutto ai contributi stanziati dalla Regione hanno operato incessantemente in 18 cantieri per ripristinare la viabilità e per recuperare (solo in parte) l’enorme quantità di tronchi schiantati. MA MOLTO resta da fare: migliaia di metri cubi di legname sono ancora a terra, e probabilmente resteranno lì a marcire; così come rimarranno sul posto la maggior parte delle ceppaie, specialmente quelle poste lontano dalle strade o sui versanti più ripidi, perché recuperarle sarebbe troppo costoso. Ci penserà la natura a smaltirle, ma serviranno una ventina di anni.