Morti sul lavoro:
strage di giovani
e addetti «over 50»

Sui luoghi di lavoro della nostra provincia si continua a morire come emerso dallo studio della Cgil La presentazione della ricerca sugli infortuni targata Cgil
Sui luoghi di lavoro della nostra provincia si continua a morire come emerso dallo studio della Cgil La presentazione della ricerca sugli infortuni targata Cgil
Claudia Venturelli 11.10.2019

Di lavoro si continua a morire, e non solo nelle aree segnate ancora da una importante industrializzazione come la Valcamonica. A mettere nero su bianco i numeri è la ricerca commissionata dalla Cgil di Vallecamonica e Sebino intitolata «Basta morti sul lavoro» e curata da Osvaldo Squassina. «L’obiettivo di questo approfondimento che pubblica i dati sugli infortuni in Italia, in Lombardia e nel nostro territorio - si legge nell’introduzione -, èmettere in luce l’importanza e la gravitàdi un tema come quello degli incidenti lavorativi spesso ignorato e taciuto, se non a fronte di episodi di assoluta gravità, al fine di avviare un ragionamento a tutto campo, tra i soggetti interessati, con lo scopo di trovare delle soluzioni concrete che possano portare a una drastica riduzione degli infortuni e delle malattie professionali. Nella sola provincia di Brescia, dal 12 luglio al 19 settembre del 2019 sono morte sul lavoro sette persone, di cui tre nel comprensorio sindacale della Valcamonica e del Sebino». «Una strage continua - l’ha definita presentando il lavoro il segretario generale Gabriele Calzaferri -; si continua a morire perché nonostante la legge sulla prevenzione e sulla sicurezza sia una delle migliori che abbiamo a livello europeo, la stessa legge non viene applicata né tantomeno controllata. Abbiamo a disposizione un dato che è abbastanza preoccupante - continua -: osserviamo che nel settore manifatturiero, pur calando gli addetti gli infortuni aumentano». La ricerca parla di 1.706 infortuni all’anno, cinque al giorno, e se a questi si aggiungono quelli dall’esito mortale e le malattie professionali è corretto parlare di «un’emergenza non solo nazionale ma anche del nostro territorio». Come invertire la rotta? La ricetta è nota e condivisa da tempo: è necessario investire di più in prevenzione e informazione. «Le aziende non devono pensare che siano un costo - continua Calzaferri -, ma un elemento che messo a disposizione migliora l’efficienza dell’impresa e riduce i costi che ricadono sulla collettività». E i controlli? «Anche in questo ambito il dato che emerge è impressionante: in un territorio segnato da numerose aziende i dipendenti dell’Ats addetti a questo specifico settore sono insufficienti. Quattro tecnici e due medici». C’è poi un altro dato in linea con quelli nazionali, ed è anagrafico: fino a 29 anni e oltre i 50 gli incidenti aumentano. «A dimostrazione che da una parte i giovani hanno un problema di formazione mentre gli ultra 50enni, che dovrebbero essere quelli più preparati e professionalizzati, costretti a stare al lavoro da leggi che ritardano la pensione vedono aumentare l’incidenza». LA CGIL si esprime negativamente sulla proposta avanzata dalla Regione, attraverso l’assessore Alessandro Mattinzoli, di incentivare l’uso del braccialetto elettronico per i lavoratori dell’edilizia: «Non è efficace al fine di ridurre realmente gli infortuni. Coloro che conoscono il mondo dell’edilizia - si spiega nella ricerca - sanno bene che uno dei problemi che contribuiscono a causare incidenti gravi e rappresentato dalla piaga del lavoro nero e delle gare d’appalto che si basano su chi fa il prezzo più basso. Bisogna invertire questo declino, che continua a svalutare il lavoro come se fossimo in un negozio di saldi permanenti e senza nessuna tutela. Il mondo del lavoro ècambiato, ma il valore della vita e delle persone viene prima di qualsiasi altra necessita». •

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