L’inchino ai 18
alpini caduti
in tempo di pace

Un momento della toccante cerimonia in ricordo degli alpini morti in un incidente stradale nel 1954
Un momento della toccante cerimonia in ricordo degli alpini morti in un incidente stradale nel 1954
Luciano Costa22.07.2019

Diciotto palloncini bianchi scortati dal tricolore, segno e memoria dei diciotto alpini che il mattino del 20 luglio 1954 andarono tragicamente avanti, accompagnati dalle note del silenzio fuori ordinanza e da un commovente applauso, si sono librati verso il cielo al termine della cerimonia organizzata per fare memoria e assicurare suffragio alle giovani vittime della sciagura che quel giorno oscurò la montagna e riempì una delle pagine più tristi degli alpini in tempo di pace.

 

QUEI «RAGAZZI» tornavano da un’esercitazione prevista dal campo estivo che li aveva portati al passo Gavia e alle montagne delle mitiche «Tredici Cime» ed erano tutti a bordo di un autocarro militare telonato adibito al trasporto delle truppe. Dopo quel viaggio, per alcuni c’era la possibilità di andare licenza, per altri soltanto il ritorno in caserma. Invece, dopo pochi chilometri percorsi a passo d’uomo, perchè così imponeva la ripida discesa, quella curva a gomito in prossimità del sito conosciuto come quello delle «roccette nere», che da una parte rasentava la montagna e dall’altra lo strapiombo dritto sulla Valle delle Messi, divenne testimone della tragedia. Tutto in un attimo: l’urlo straziante del sergente che invitava a gettarsi a terra, il rumore delle lamiere che strisciavano contro sassi e legni, il vuoto che inghiottiva uomini e cose, le urla disperate che invocavano aiuto, diciotto corpi straziati, le lacrime degli unici due superstiti (uno, Italo Dalaidi, era di Lavenone, alta Valsabbia, e ieri mattina era tra gli oltre cinquecento partecipanti alla cerimonia di ricordo, pronto a rinnovare la sua testimonianza) e la disperazione dei due militari che viaggiavano sulla Campagnola di scorta all’automezzo. Era le dieci del 20 luglio 1954. Il primo agosto la copertina del popolarissimo settimanale «La domenica del Corriere», come sempre disegnata da Walter Molino, mostrava al mondo, meglio di una qualsiasi possibile fotografia, l’orrore di quell’attimo. «Così si spense – diceva la didascalia - il canto degli alpini… Diciotto sono morti nella fatale sciagura». Ieri, chiusa la strada del Gavia a causa di una concomitante manifestazione sportiva, la cerimonia commemorativa del sessantacinquesimo anniversario della sciagura ha trovato posto nel prato che dalla strada bassa di sant’Apollonia si allunga fino all’inizio del bosco di larici che fa da supporto alla strada per il Gavia. Nella parte alta del prato, sotto un semplicissimo gazebo innalzato dagli alpini, un piccolo altare per la messa con il pennone riservato al tricolore, il gonfalone del Comune di Ponte di Legno e i labari decorati delle sezioni da un lato e, dall’altro, i sindaci dell’Alta Valle e il coro venuto da Alba per regalare agli alpini andati avanti «memoria, affetto, suffragio e un canto capace di non farli sentire soli». Sul lato destro la distesa degli oltre cinquanta gagliardetti, ognuno testimonianza della vicinanza di un paese, di una città, di una provincia, di un gruppo, di una sezione, davanti all’altare le autorità militari in rappresentanza dell’arma dei Carabinieri e della Guardia di finanza.

 

PRIMO ATTO della cerimonia il solenne alzabandiera salutato col canto di «Fratelli d’Italia». Poi, le parole del sindaco di Ponte di Legno Ivan Faustinelli per sottolineare il dovere del ricordo per coloro che sono tragicamente periti «quando per loro era già il tempo di immaginare cieli e terre nuovi da vivere e far prosperare», di Mario Sala, presidente della Sezione Alpini di Valcamonica, per ribadire la forza della solidarietà e dell’amore che accompagna qualsiasi evento e ogni occasione di ricordo, del maresciallo Clemente Ducoli, della Base logistica del Tonale, in rappresentanza delle Truppe Alpine, per gridare con voce rotta dalla commozione soltanto «viva l’Italia, viva gli alpini». La messa celebrata dal cappellano militare don Massimo Gelmi e da don Giuseppe Pedrazzi, parroco di Ponte di Legno ha racchiuso le voci e i pensieri sia delle vittime della tragedia, sia di coloro che lì erano riuniti per chiedere al buon Dio «misericordia e consolazione», per sé e per il mondo intero. «Ciò è possibile – ha ricordato don Gelmi nell’omelia – quando il Vangelo è posto al centro dei quotidiani impegni e, soprattutto, quando alla Parola proclamata si accompagna la buona azione, quella che da sola può cambiare e rendere degna d’essere vissuta questa nostra società». Infine, la recita della preghiera dell’alpino ha fatto da prologo alla lettura dei nomi delle vittime: Bruno Charboner, Pasquale Marengo, Sergio Rossetti, Giovanni Viale, Franco Andros, Giacomo Battaglia, Giuseppe Corti, Luigi Costner, Francesco Egger, Guido Franceschi, Giovanni Gamper, Antonio Lena, Raimondo Margesini, Giulio Molta, Edoardo Platzer, Antonio Sabbadini, Guido Savoldi e Francesco Wiellander. Poi il lancio di quei diciotto palloncini bianchi liberati nel cielo insieme al tricolore per raccontare storie incompiute ma ancora vive tra noi.

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