«Una tragedia:
andrò a trovare
il papà di Vincenzo»

Il funerale di Massimo Urbano, morto il 7 marzo 2000L’auto di Vincenzo Di Gennaro ucciso in servizio a Cagnano Varano in provincia di Foggia
Il funerale di Massimo Urbano, morto il 7 marzo 2000L’auto di Vincenzo Di Gennaro ucciso in servizio a Cagnano Varano in provincia di Foggia
M.P. 15.04.2019

La stessa provincia, la stessa divisa. Un dolore immenso, quello che allora attraversò l’Italia da Brescia a Foggia per la morte in servizio del carabinieri Massimo Urbano. Due giorni fa lo strazio è stato nuovamente immenso nella provincia pugliese. E una ferita si è inevitabilmente riaperta in una famiglia, dove si pensa però in questo momento soprattutto a portare conforto. E ad essere vicini a chi sta vivendo ore terribili. POGGIO IMPERIALE dista alcune decine di chilometri da Cagnano Varano dove Giuseppe Papantuono, pregiudicato di 67 anni, ha ucciso un carabiniere, il maresciallo Vincenzo Di Gennaro, e ne ha ferito un altro, Pasquale Casertano. Ma Poggio Imperiale è anche il paese da cui era arrivato a Chiari Massimo Urbano, carabiniere scelto in servizio al Nucleo Operativo Radiomobile della compagnia di Chiari. Era arrivato nel 1994. Per gli investigatori gli anni a venire sarebbero diventati, soprattutto nell’ovest della provincia, particolarmente pesanti. Rapine in villa spesso messe a segno da bande di criminali in trasferta che viaggiavano su auto rubate per non essere rintracciati. E rubate erano le auto che intercettarono all’alba del 7 marzo 2000 Massimo e il collega Auro Garatti, una Thema e una Croma che alla vista dell’auto dei carabinieri invertirono la marcia. Scattò l’inseguimento con le due auto in fuga a 180 all’ora, inseguite dai carabinieri. La tragedia si consumò tra Chiari e Urago d’Oglio: la Thema era riuscita a superare un autoarticolato, ci provò anche la Croma, senza riuscirci e finendo contro un camion che trasportava barre d’acciaio. Sulla Croma c’erano due rumeni che morirono, ma il terribile impatto fece finire sull’auto dei carabinieri il pesantissimo materiale trasportato. Massimo non ebbe scampo, ce la fece il collega. LA MORTE del carabiniere scelto di 27 anni colpì immensamente la comunità bresciana e ogni anno, da quel giorno di morte, Massimo viene ricordato. Ma il dolore più grande ovviamente fu per i familiari e per tutte le persone che avevano e hanno nel cuore Massimo. Un dolore che, 19 anni dopo, torna a colpire la provincia di Foggia. «Sto troppo male - conferma Giovanni Urbano, padre di Massimo -, sto male ancora adesso sentendo le notizie al telegiornale». La mente va ovviamente a quel 7 marzo, a quel giorno, alle porte di una primavera che un giovane non vide più, per sempre. Va a tutti segni tra riconoscenza e memoria, che Brescia e Foggia hanno tributato al carabiniere che diede la vita in servizio. Ma proprio chi ha vissuto tanto dolore sin da ieri ha, di fatto, preso una decisione. Quella d’essere vicino non solo idealmente alla famiglia straziata: «Penso d’andare a trovarli» ha detto ieri sera Giovanni Urbano. Ci sono parole che possono sgorgare solo dal dolore già provato: «Sono tragedie che non dovrebbero succedere - conclude - ma ci sono troppi delinquenti in giro». UNA STRADA dell’ovest Bresciano o della provincia di Foggia in questi casi non fanno differenza. Rimane la morte in servizio di chi ha sempre creduto nell’Arma e in quanto può fare per la società. Anche, come si è visto in questi due casi, al prezzo supremo della vita. Rimangono in ogni caso l’orgoglio di un padre per il proprio figlio che la vita l’ha appena persa e la volontà, di un altro padre, di aiutarlo con quelle parole che solo lui saprà trovare. • © RIPRODUZIONE RISERVATA