Uccise il ladro
a Serle, per Franzoni
condanna definitiva

Una fase del processo
Una fase del processo
Mario Pari10.10.2019

Attorno alle 20 del 14 dicembre 2013 venne colpito mortalmente a Serle, Eduard Ndoj. Alla stessa ora, ieri è stato possibile conoscere l’esito dell’udienza in Corte di Cassazione, in cui i giudici erano chiamati a pronunciarsi sul ricorso presentato da Mirco Franzoni, il 35enne che sei anni fa aveva sparato, uccidendolo, a Eduard Ndoj.


IL RICORSO è stato rigettato, la condanna a nove anni e quattro mesi, per omicidio volontario, diventa così definitiva. E per Mirco Franzoni significa il carcere. La procura potrebbe emettere l’ordine di carcerazione sin da oggi. Il fatto risale al 14 dicembre 2013, a un sabato pomeriggio in cui Eduard Ndoj, con un complice entrò nell’abitazione del fratello di Mirco Franzoni per un furto. Vennero visti e fu dato l’allarme. Mirco Franzoni rientrato da una battuta di caccia uscì per andare in via Castagneto, a Serle. In quel punto, riteneva che sarebbero passati i due ladri e così avvenne dal momento che spuntarono dal bosco. Uno riuscì a scappare. Per l’altro le ricostruzioni divergono. Da ieri è diventata definitiva quella dell’accusa. Quella secondo cui non è rilevabile alcun rumore di sottofondo riferibile ad arma da fuoco durante la telefonata effettuata alle 20.34 da Mario Sorsoli al 112. Una telefonata e un rumore di sottofondo, uno sparo che per la difesa, rappresentata dagli avvocati Gianfranco e Federico Abate, hanno sempre ricoperto un ruolo determinante. Lo sparo sarebbe stato esploso, nella ricostruzione difensiva, in modo accidentale, durante una colluttazione tra Eduard Ndoj e Mirco Franzoni. E il colpo sarebbe partito mentre Mario Sorsoli stava avvisando i carabinieri su sollecitazione di Franzoni. Ma nei due gradi di giudizio che hanno preceduto la Cassazione è stato stabilito che il colpo sarebbe stato esploso prima della telefonata, almeno mezzora.


«MIRCO E I VICINI - hanno spiegato ieri i difensori - non potevano essere precisissimi in considerazione dello stato di emotività. Inoltre la corte d’assise non spiega perché Franzoni avrebbe dovuto posticipare di mezzora la telefonata, non dice cos’ha fatto in quella mezzora. Alla fine Franzoni si fa trovare con la testa tra le mani e consegna il fucile. Inoltre nell’esperimento che è stato fatto con riferimento allo sparo dicono che non si sente il colpo di fucile, avrebbero dovuto dimostrare che se fosse stato esploso si sarebbe sentito». I legali hanno quindi aggiunto: «In primo e secondo grado è stata scelta la strada più diretta per eliminare quella che era una cosa abbastanza insuperabile per sostenere la colpevolezza: uno fa chiamare i carabinieri per assicurare alla giustizia un ladro, perché deve sparargli? E allora come fanno a dimostrare la volontarietà? Sostengono che la chiamata è avvenuta mezzora prima». Una vicenda che per la giustizia ora è chiusa.


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