«Servizi sociali,
la sfida
dell’invecchiamento»

Natalia Danesi 15.05.2019

Una città sempre più anziana e multiculturale. Risposte cucite su misura. La scelta di far tesoro delle tante ricchezze del territorio per creare una vera e propria rete di ascolto. L’assessore ai Servizi sociali Marco Fenaroli in un’intervista a Bresciaoggi, affiancato dalla dirigente del settore Servizi sociali Silvia Bonizzoni, scatta la fotografia del welfare a Brescia. Un welfare che, grazie anche al dialogo e alla mediazione, negli anni ha tenuto agli urti della crisi. Assessore, che città vede dal suo osservatorio? «I dati demografici dicono da una parte di un invecchiamento progressivo, con un indice di vecchiaia di 188, superiore di 10 punti rispetto al 2010 (ogni 100 giovani ci sono 188 anziani, ndr.). Dall’altra c’è l’elemento dell’immigrazione; oggi su 200mila residenti 45mila sono di origine straniera. Negli anni Novanta 198mila erano residenti e mille gli immigrati». Quali interventi richiede questo assetto demografico? «Sull’invecchiamento sono concentrati molti dei nostri sforzi. È necessario programmare servizi adeguati di fronte a questa tendenza che è destinata a crescere. Servono strutture in grado di rispondere alla domanda; e si consideri che ci sono circa 15mila persone sole in città, quasi tutte donne. Il Comune ha una rete di assistenza molto larga che arriva fino all’emergenza Alzheimer, che va dai Centri aperti alle Rsa; cresce la domanda di servizi anche giornalieri più strutturati come i Centri diurni e i Centri diurni integrati. Ma, come dico sempre, non si invecchia per gradi, ma si invecchia per crisi; e bisogna essere in grado di rispondere in tempi brevi anche alle crisi più gravi. Noi abbiamo un ventaglio già ampio di case di riposo, ma non sono ancora sufficienti e ci vogliono strutture intermedie». Le Rsa spesso sono costose, e le famiglie sono sempre più povere...come ovviare a questa contraddizione? «Per le Rsa la fonte di finanziamento è regionale. La retta media giornaliera che si paga a Brescia è di 50/60 euro per le contrattualizzate, ma il privato puro supera i 100 euro. Con la Regione è aperto il problema dell’accreditamento di nuovi posti letto; le rette vengono abbattute, in sintesi, con il convenzionamento. In città ulteriori posti arriveranno con la nuova struttura dietro la sede Ats di via Duca degli Abruzzi, oltre a quella al Parco delle cave, e con l’ampliamento dell’offerta di Casa di Dio; la lista unica di attesa per tutte le Rsa garantisce anche una presa in carico nel giro di poche settimane dalla richiesta». Quali criticità incontrate nella programmazione dei servizi? «Purtroppo, le condizioni di finanziamento sono in continuo mutamento. I fondi non sono certi e la progettazione è continuamente sottoposta al buon esito dei bandi». A che punto è la riforma del welfare avviata dalla giunta precedente? «La riforma ha messo in comunicazione diretta gli uffici con il territorio, con la sfida di valorizzare le risorse in un’ottica di presa in carico integrata. È un lavoro che richiede pazienza e capacità di ascolto, quello di promuovere il legame tra le associazioni di una stessa comunità. La rete funziona anche grazie ai 55 assistenti sociali, i quali hanno il compito di promuoverla, mantenerla in tensione positiva, affrontare la domanda e fornire le risposte. Un lavoro che richiede capacità di relazione, di interpretazione dei messaggi, e competenze. Nel sistema sono inclusi anche medici, farmacisti, psicologi, ed è naturalmente decisivo il contributo dei servizi territoriali. La mia visione è quella di un’istituzione che apre le porte e dà sostegno ai bisogni dei cittadini». In questi giorni a Casal Bruciato, Roma, è scoppiata una vera e propria guerra tra poveri per le case popolari. Cosa impedisce che accada anche a Brescia? «Non sono scene nuove, nemmeno a Brescia. Quarant’anni fa veniva criticata l’assegnazione delle case di Chiesanuova ai meridionali. Le risorse devono essere messe a disposizione dei problemi, recuperando una visione universalistica dello stato sociale. I problemi non vanno nascosti ma affrontati; cercando soluzioni alternative come avvenuto nei casi dell’hotel Alabarda, di via Corsica, delle casette di via Gatti. Il problema dell’emergenza abitativa ancora resta, e potrebbe essere alleviato con una maggiore elasticità nell’utilizzo del patrimonio pubblico, consentendo l’utilizzo di alloggi vuoti, oltre che aumentando le risorse. Rivendico comunque che sono stati cinque anni di sfratti affrontati con gradualità anche grazie al buon lavoro svolto dalla Prefettura». Dalla fotografia demografica emerge, si diceva, un’ampia presenza di cittadini di origine straniera. Quali interventi e servizi per l’integrazione? «Si è cercato di coinvolgere le donne con i corsi di alfabetizzazione che sono stati promossi da alcuni quartieri e in sette scuole. E anche in questo caso è stato chiamato in causa il territorio con le iniziative messe in atto dal progetto “Vivi il quartiere”. Ma il lavoro sull’integrazione comporta, a nostro avviso, un investimento vero soprattutto sui bambini e le bambine. In futuro diminuiranno le iscrizioni alle scuole e dovremo lavorare perché non ci sia una divaricazione tra il luogo di istruzione e il luogo di vita». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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