«Non dimentichiamo
le ferite
della guerra»

La premiazione dell'alpino Antonio Gheza a Palazzo Broletto
La premiazione dell'alpino Antonio Gheza a Palazzo Broletto
Marta Giansanti10.09.2019

«È giusto non dimenticare mai quelle ferite inferte all’umanità intera, affinché la memoria della follia nazi-fascista non solo non venga rimossa ma anzi, venga perpetuata e trasmessa alle generazioni future perché funga da severo monito e mai più si ripeta». Con queste parole, ieri, il prefetto di Brescia Attilio Visconti, accanto al sindaco Emilio Del Bono, ha dato il via alla cerimonia di consegna delle medaglie d’onore concesse dal Presidente della Repubblica ai cittadini italiani militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra. Quarantacinque medaglie consegnate ai familiari degli ex deportati non più in vita e due direttamente nelle mani di Antonio Gheza e Antonio Rossi, rispettivamente classe 1924 e 1923: testimoni diretti «delle angherie che oltre 600mila soldati italiani catturati e deportati dai tedeschi nei giorni successivi all’Armistizio dell’8 settembre 1943, patirono per la libertà». L’uno di Piancogno l’altro di Ponte di Legno: sono loro i custodi della storia, della sofferenza e del dolore provati per il futuro del Paese. E proprio i due uomini ieri, a 76 anni dall’Armistizio e dall’inizio della Resistenza, hanno tradotto questo passato in un appello rivolto ai più giovani: «Prendetevi cura del nostro Paese affinché mai e poi mai scoppi una nuova guerra».


PERCHÉ LA MEMORIA di quel periodo, anche a distanza di tanti anni, è come lama affilata, tagliente. Difficile da dimenticare e, a volte, anche da raccontare. Fin quando non si riesce a scoperchiare quel vaso e allora il flusso dei ricordi si trasforma in un fiume in piena. «Non avevo neanche 19 anni quando fui catturato dai tedeschi ad Edolo e deportato in un campo nei pressi di Berlino – racconta il 95enne di Piancogno, internato per due lunghi anni -. Eravamo più di 300 e costruivamo carri armati. Dopo alcuni mesi fui trasferito in un altro lager impegnato nella produzione di treni. Lavoravamo tanto, 12 ore al giorno e la razione di cibo consisteva solo in tozzi di pane e zuppa di rape. La fame ci portava a rubare qualche patata: una volta – continua – mi beccarono con due patate, mi diedero tante di quelle botte che il giorno dopo non riuscii a lavorare per il dolore. Ma nessuno mi medicò. Non posso perdonarli per ciò che hanno fatto ma non possono negare che, tra di loro, c’erano tanti tedeschi generosi che rischiavano la pelle per aiutarci». Ricordi che riaffiorano e che commuovono: «I tedeschi mi presero a Bolzano, ero militare della brigata Tridentina, e mi caricano su un treno merci – inizia il racconto di Antonio Rossi -. Stetti quindici giorni senza mangiare, poi mi portarono in Austria, nel campo di Krems e infine a Linz. Costruivamo trincee antischegge e abitazioni per i minatori di bauxite. A liberarci fu l’esercito americano. Quando tornai a casa pesavo solo 42 chili», ricorda il 96enne, rinchiuso per oltre due anni nei lager nazisti e tuttora grato «per essere ancora vivo».


UN RINGRAZIAMENTO che lo Stato e tutti gli enti locali ora rivolgono a loro. Ai 47 bresciani, perché «il valore immenso della testimonianza dei sopravvissuti non sia solo un frammento di storia – come sottolineato dal Prefetto – ma la forza e la saggezza proprie di ogni vita umana, resa ancora più autentica dall’intensità della propria vicenda». Ed è compito di ogni amministrazione rendere onore. A sottolinearlo anche il sindaco Del Bono: «Il nostro Paese ha sofferto per conquistare l’autonomia, la sovranità e la democrazia. Ha sofferto con enormi e straordinari gesti di eroicità. Sono familiari - ha aggiunto il primo cittadino - che hanno sopportato la sofferenza per aiutare il proprio paese, persone che conoscevano profondamente il senso della moralità. Ora è importante che il Paese li ricordi perché non c’è futuro se non sappiamo da dove veniamo».


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