Lucchini, un secolo
dopo l’«aspra»
lungimiranza

Il vice prefetto vicario Salvatore Pasquariello, il sindaco Emilio Del Bono e Giuseppe Lucchini; alle loro spalle, il busto di Luigi LucchiniLa sala al collegio Lucchini di via Valotti in occasione del ricordo per i 100 anni dalla nascita FOTOLIVEVincenzo Boccia
Il vice prefetto vicario Salvatore Pasquariello, il sindaco Emilio Del Bono e Giuseppe Lucchini; alle loro spalle, il busto di Luigi LucchiniLa sala al collegio Lucchini di via Valotti in occasione del ricordo per i 100 anni dalla nascita FOTOLIVEVincenzo Boccia
Mimmo Varone 15.05.2019

Sono passati cento anni dalla nascita di Luigi Lucchini, capitano d’industria, esempio principe dell’ultima generazione self made. E Cavaliere del lavoro, titolo di cui andava fiero a prova che il suo fare era mosso certo dall’individualismo di chi vuole emergere, ma pure dalla responsabilità dell’interesse collettivo. La sua ultima impresa è stata il Collegio d’eccellenza che porta il suo nome in via Valotti. Il rettore Augusto Preti lanciò l’idea, e lui l’accolse senza esitare. Ieri il Collegio lo ha festeggiato. La Fondazione guidata dal figlio Giuseppe lo ha ricordato con un busto bronzeo dello scultore ghedese Livio Scarpella posto nell’atrio del Collegio. E con una tavola rotonda moderata da Roberto Chiarini con il filosofo Emanuele Severino, il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti, l’ex senatore Paolo Corsini, con interventi del sindaco Emilio Del Bono e del presidente Confindustria Vincenzo Boccia alla presenza di numerose autorità. Ormai sopiti gli echi anche e inevitabilmente polemici del suo agire a tratti ruvido con sé e gli altri, ne è venuto il ritratto di un uomo che partito dal nulla ha traguardato la dimensione internazionale. «Brescia non si può capire se non attraverso biografie come la sua», asserisce Del Bono. Alla sua nascita la mamma Rosina gestiva un’osteria a Malpaga di Casto, in Valsabbia, il padre Giuseppe forgiava ferro al maglio. I genitori lo fanno studiare, diventa maestro, poi continua in Cattolica a Milano e ad Heidelberg in Germania. Dopo la guerra allarga i locali dell’officina artigianale, a metà anni Cinquanta apre il primo laminatoio e da lì parte il cammino che dai metalli lo porterà verso l’editoria, le banche, le assicurazioni..., ma il suo cuore resta nella siderurgia, e, ormai debilitato – ricorda il figlio -, la sua ultima visita allo stabilimento di Lovere gli dà una «felicità immensa». IL TRATTO forse più suggestivo della sua personalità lo traccia Severino, che gli fa prevedere il capitalismo modello Cina. Il filosofo bresciano confessa di averlo conosciuto tramite il sindaco Boni che gli propose di collaborare a Bresciaoggi allora di proprietà dell’industriale valsabbino. Oggi esistono un capitalismo americano in cui l’economia guida la società – argomenta Severino – e un capitalismo cinese, molto diverso da quello sovietico, in cui la società (nella fattispecie il Partito comunista) guida il capitalismo e cura l’incremento di potenza dell’industria. Ebbene, «Lucchini prevede il nostro tempo – dice -. La gestione non ideologica del capitalismo cinese, vincente sul capitalismo finanziario, ha lo scopo di aumentare la potenza dell’industria per il dominio planetario, e l’aumento di potenza è il carattere dell’industria come lui la concepiva». «Homo novus», lo chiama Corsini, accolto tutt’altro che con entusiasmo dall’Aib di Eugenio Bodini nel ’92 dell’elezione a sindaco. «Conosco la sua provenienza socialdemocratica, tuttavia mi auguro che lavorerà per la città dell’industria e del lavoro», ricorda della prima telefonata di Lucchini. Ora lo vede «esponente di una generazione determinante per la modernizzazione del Paese, guidato da senso del dovere, del rischio e delle sfide, uomo autonomo e indipendente da ogni tutela, cavaliere perché prima capitano». Lucchini presiede Confindustria dall’84 all’88 e vi porta l’idea tutta bresciana delle decisioni rapide. «Brescia diventa lo specchio del Paese – osserva Boccia -, lui realizza il sogno senza mai dimenticare le origini. E nel 1946 con Di Vittorio mette la fabbrica prima della casa per portare al progresso la sua nazione». Susanna Camusso ebbe a riconoscergli «asprezza nel dibattito ma grande attenzione al sindacato», aggiunge Bonometti, che lo ha conosciuto sostenitore di regole certe per consentire alle imprese di decidere. Per il presidente degli industriali lombardi, affine a lui per più di un tratto del carattere, Lucchini è sinonimo di centralità e responsabilità sociale dell’impresa. «Aveva capito il ruolo dei corpi intermedi di cui oggi sentiamo la mancanza – elenca -, ha promosso lo stato sociale per ridurre le disuguaglianze, ha dato fiducia e speranza ed è stato esempio di vita costante come uomo fatto da sé con sacrificio, amante del rischio sempre bilanciato dal buon senso». Ora c’è anche un busto a ricordare tutto questo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

CORRELATI
1 2 3 4 5 6 >