«La tassa di
soggiorno così non
può funzionare»

Per gli albergatori il contributo andrebbe fatto pagare a chi soggiorna per turismo e non per lavoro
Per gli albergatori il contributo andrebbe fatto pagare a chi soggiorna per turismo e non per lavoro
Marta Giansanti26.04.2019

È stata introdotta il 1° aprile e dopo oltre tre settimane la tassa di soggiorno fa ancora fatica a mettere tutti d’accordo. Per tirare le prime somme è indubbiamente presto, ma in molti già chiedono una sua revisione. «Non sono contrario all’introduzione – ammette Beppe Almansi, receptionist dell’Hotel Industria di via Orzinuovi, struttura dedicata essenzialmente al turismo d’affari - ma per noi addetti è un ulteriore lavoro: dobbiamo informare la clientela, raccogliere gli introiti e, a fine mese, versarli al Comune. Spesso dobbiamo pure anticiparla perché le ditte pagano a 30 o a 60 giorni. Il software installato potrebbe essere pensato meglio e i moduli per l’esenzione sono talmente complicati da far passare la voglia a chiunque». A finire al centro delle critiche delle strutture di fascia medio-bassa (quelli scelti da ditte per periodi molto lunghi) è il periodo di tempo che intercorre prima di poter beneficiare dell’esenzione dell’imposta: ben 90 pernottamenti nella stessa struttura contro le 5 notti previste da Verona, Mantova (5 al mese) e Bergamo. «Per un’impresa dover pagare 1,50 euro a ognuno dei 15 o 20 operai che alloggiano intere settimane non è una spesa da poco. Senza contare che gli introiti verranno utilizzati per sviluppare il turismo culturale: sarebbe forse il caso di riservarla a chi viene qui per piacere», osserva Almansi.

GIANPAOLO Fantini, uno dei titolari dell’Hotel Ambasciatori suggerisce di estenderla anche ad altri tipi di esercizi: «Secondo studi ufficiali su 100 euro spesi da ogni singolo visitatore, circa 35 sono dedicati agli alberghi, gli altri li introitano ristoranti, trasporto e vari esercizi commerciali. Perché dobbiamo essere solo noi albergatori a chiedere questa tassa al visitatore?», osserva Fantini che allarga il suo ragionamento alla natura stessa del contributo. «È diventata una costante nel Paese, ma è realmente necessaria solo in città come Roma, Firenze o Venezia, dove la pressione del turismo ha raggiunto livelli ormai insostenibili». Per Fantini l’ «obolo» richiesto incide poco sui suoi ospiti. «Accogliamo essenzialmente due tipologie di clienti: persone che devono sottoporsi a visite mediche e i loro accompagnatori, esenti dal suo pagamento, e manager e imprenditori con una media di pernottamento di un giorno e mezzo, la cui imposta è pagata spesso dall’azienda - ricorda -. Il Comune dovrebbe invece concentrare gli sforzi nella lotta contro le sempre più estese zone d’ombra rappresentate dalle attività non ufficiali e non dichiarate».

MOLTO più critica è la posizione di Confesercenti che ha presentato un esposto al Comune chiedendo la modifica del regolamento di applicazione della tassa. «Riteniamo che l’introduzione della tassa sia stata una scelta prematura in una città in cui il turismo deve ancora decollare - osserva Alessio Merigo, direttore generale dell’associazione -. A farne le spese, sarà soprattutto quello d’affari, per questo chiediamo che il periodo di pagamento venga ridotto dagli attuali 90 a un massimo di 5 giorni». Una sollecitazione che trova una sponda nelle strutture ricettive più piccole, quelle che ospitano i turisti per brevi periodi. «Per i nostri clienti non è praticamente cambiato nulla – ammette Edoardo Caselle titolare del bed and breakfast Corso Matteotti62 -. Nessuno finora si è lamentato: pernottano al massimo tre notti e la spesa per loro è minima. Diverso sarebbe per soggiorni molto più lunghi». Al netto dei possibili ritocchi la tassa c’è. Per gli albergatori le risorse incamerate vanno reinvestite nel migliore dei modi. «Spero - chiosa Caselle - che grazie a questi introiti si possa assistere finalmente a una reale crescita del turismo».