I ristoranti orientali «scontano» il virus E i clienti scappano

Jian Hu del «Myo»
Jian Hu del «Myo»
Manuel Venturi 08.02.2020

«Non abbiate paura dei nostri ristoranti». Il Coronavirus proveniente dalla Cina ha avuto un effetto collaterale, che sta colpendo le attività di ristorazione a nome cinese e giapponese, senza troppe distinzioni: basta che si parli di sushi, di riso primavera e di code di gambero per bloccare l’ingresso di molti bresciani in locali che, fino a poche settimane fa, erano una delle loro mete preferite. E così, dopo una proliferazione di ristoranti orientali, dagli «all you can eat» a quelli dove si ordina alla carta, è bastato un virus per mettere a dura prova la resistenza dei gestori: in molti lamentano un calo delle entrate anche superiori al 30 per cento, soprattutto nelle ultime due settimane. IL TRENTENNE CINESE Jian Hu, gestore del ristorante «Myo» di piazzale Arnaldo, parla dell’aspetto «culturale» del Coronavirus, che sta generando tanta confusione nell’opinione pubblica: «Molta gente si confonde, c’è una sorta di ignoranza nella conoscenza del virus, che non si trasmette attraverso il cibo. Non dovrebbe esserci nessun dubbio o sospetto su questo». Ma, anche se fosse (e non è), non c’è alcun pericolo, perché «la nostra fornitura, che riguarda il pesce fresco, arriva per il 95 per cento dall’Europa e per il 5 per cento dall’America: il salmone è del Nord Europa, il tonno rosso dal Mediterraneo. I nostri prodotti sono tutti tracciabili». Non c’è nessun rischio nemmeno per il personale, perché «nessuno di noi è stato in Cina negli ultimi tempi – spiega Jian, in Italia da vent’anni -. E so che tutti i cinesi che lo hanno fatto si sono messi in quarantena da soli, per garantire la salute di tutti». Ma le conseguenze sono arrivate comunque e hanno colpito anche i ristoratori con gli occhi a mandorla, anche se il collegamento con la madre patria è solo ipotetico, perché molti non tornano in Cina da anni. La paura è giustificabile, ma «l’importante è non scadere nel razzismo, alcuni episodi accaduti negli ultimi giorni sono preoccupanti», chiosa Hu. Anche in viale Piave, al Fuku, la situazione non è migliore: alle 12.30, i tavoli ieri erano tutti vuoti, mentre il personale era attivo come sempre per servire i possibili avventori. «I clienti abituali vengono lo stesso, ma di nuovi non se ne vedono – spiegano all’ingresso -. Purtroppo, abbiamo risentito di un calo delle entrate nelle ultime due settimane, speriamo che questo periodo passi presto». Anche in viale Piave rivendicano la qualità delle materie prime, tutte europee, ma raccontano anche di episodi positivi, che fanno guardare all’avvenire con un sorriso: «Un cliente è venuto con tutta la famiglia per manifestare la sua vicinanza alla nostra comunità e lo stesso ha fatto un medico della mutua, che nel pomeriggio ha detto a tutti i suoi pazienti di essere andato a mangiare in un ristorante cinese per allontanare la paura». IL RISTORANTE giapponese «Iki», invece, beneficia di una clientela fidelizzata in vent’anni di presenza e, come testimonia Susy Hu, che gestisce il locale di via San Rocchino e il «Miss Lin» in via Triumplina, «non abbiamo perso clienti. Ma è anche merito di un’operazione di comunicazione cominciata da più di due mesi, perché noi abbiamo saputo prima dell’esistenza del virus e abbiamo informato i nostri clienti». Senza dimenticare che «tutti i nostri fornitori sono italiani e i miei dipendenti non vanno in Cina da mesi: la paura è normale, ma se tutti rispetteranno le procedure di sicurezza potremo sconfiggere il Coronavirus in poco tempo». Anche il «Sushi Ono» di viale Bornata non ha avuto gravi ricadute: «Siamo una realtà più piccola di altre, il numero dei nostri clienti non è variato molto. Speriamo comunque che l’emergenza passi presto». •