I papà separati
bresciani: concreto
il rischio povertà

Padre e figlio
Padre e figlio
Silvana Salvadori10.08.2019

Ogni anno il Tribunale di Brescia registra circa tremila fra separazioni e divorzi: tra il giugno del 2017 e i 12 mesi successivi, ultimo dato disponibile, sono stati 2973, in linea con il volume degli ultimi anni. Nuclei famigliari che si sdoppiano sotto il peso di sofferenze e incomprensioni diventate inconciliabili, spesso con figli minorenni a fare da spettatori di un film difficile da comprendere, e certamente impossibile da dimenticare.


SEPARAZIONI che generano extra costi per entrambi gli ex coniugi, soprattutto se ci sono figli minorenni che devono trovare un nuovo equilibrio dopo il terremoto. Così capita che due persone con un normale stipendio, magari con un mutuo per la casa di proprietà o un affitto da pagare, si trovino di colpo sull’orlo della propria personale crisi economica quando viene meno il sostegno dell’altro. «E ad essere più esposti al rischio della povertà sono i padri»: a parlare è Bruno Capilupi, anima dell’associazione «Papà separati» attiva sul territorio di Brescia dal 2005. Secondo Capilupi, i papà sono quasi sempre quelli che hanno la peggio sotto tutti i punti di vista quando si arriva ad una separazione coniugale: «Oggi divorziano tutti, di qualunque estrazione sociale, non solo i più benestanti come accadeva una volta. Per questo una sentenza di divorzio può trasformarsi facilmente in una sentenza di condanna per un padre che dal giudice può venir costretto a pagare il mantenimento dei figli, comunque legittimo, a cui si aggiunge spesso anche l’accollo del mutuo o dell’affitto della casa in cui la ex coniuge vive con i bambini. A questo, soprattutto per chi vive lontano dalla propria famiglia di origine e non può avere da questa un supporto diretto, si aggiunge anche il costo di un proprio affitto, oltre a tutte le spese per i bambini da condividere con la ex moglie, ammesso che quest’ultima abbia un reddito» aggiunge ancora Capilupi. Una sofferenza economica che, sempre secondo il presidente dell’associazione, va ad aggiungersi ad un’altra personale ben più grande: «Quando c’è una separazione, in tribunale si cerca sempre un colpevole. I genitori vengono sottoposti a profilazioni psicologiche perché li si considera malati, e poi si arriva ad un affido condiviso dei figli che è tale solo sulla carta. In Italia i bambini minorenni sono affidati praticamente sempre alla madre, la discriminazione verso i padri è nella stessa prassi giudiziaria – continua ancora Capilupi -. Se i figli vengono collocati dalla mamma, il tempo che passano con il papà è residuale, non certamente al 50 per cento. Non è una frequentazione piena, la media è di 17 giorni su cento quando va bene». A stabilire i giorni da trascorrere con uno o l’altro genitore, però, è un tribunale: «Il problema, infatti, sta lì, in quella suddivisione a vantaggio della mamma che si cristallizza così ed è difficilissimo cambiare. I padri hanno un “diritto di visita”, nemmeno fossero in galera» conclude Capilupi.


ANCHE l’esperienza di «Mamme e Papà separati Italia Onlus» di Brescia mette in evidenza aspetto non meno dolorosi. Nata nel 2012, oggi ha sede in via Rose 14 grazie ad un accordo con il Comune di Brescia, ed è presieduta da Eugenia Maifredi: «Ci siamo organizzati per erogare pacchi alimentari a un centinaio di nuclei famigliari a rotazione quindicinale per un totale di circa 300 persone - spiega la presidente -. Ci approvvigioniamo al Banco Alimentare della Lombardia a Muggiò che ci rifornisce della maggior parte dei prodotti, una parte li riceviamo da Cauto, e qualcosa cerchiamo di acquistare noi quando manca». L’associazione distribuisce gratuitamente i pacchi alimentari sia a mamme che papà separati in difficoltà economica: «Inizialmente erano tutti bresciani, poi anche gli stranieri hanno vinto la diffidenza e si sono avvicinati al nostro servizio, soprattutto nel periodo in cui abbiamo avuto la sede a Sanpolino» racconta Eugenia. «Da parte dei padri riceviamo una decina di chiamate al mese, le richieste più frequenti sono una consulenza legale, psicologica e molto spesso la ricerca di un'abitazione, nella maggioranza dei casi anche solo una chiacchierata reca grande conforto. La sofferenza maggiore – prosegue la presidente - è la lontananza dai figli e la difficoltà di un rapporto sereno e continuativo, che li porta a sviluppare forti sensi di colpa. Non dimentichiamo che se non ci sono i nonni a sopperire con un’abitazione dignitosa, spesso c’è l'impossibilità di ricevere i figli in abitazioni adeguate».


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