Civile, reparto Covid
Tutte le perplessità
dei medici bresciani

07.04.2020

Eugenio Barboglio L’Ordine dei medici di Brescia è perplesso. E dice: «Raccogliamo le perplessità di molti medici». Le perplessità di cui parla il presidente Ottavio Di Stefano sono sulla scelta della Regione di ristrutturare la scala 4 del Civile per metterci i malati Covid. Mica subito, mica quelli in terapia adesso. Ma quelli che si ammaleranno nella fase della normalizzazione del virus. Il timore di molti medici è che il Civile si porti il marchio di ospedale Covid nei mesi appunto della normalizzazione, e che tutte o quasi le risorse economiche e umane vadano lì, a scapito del rilancio dell’ospedale. Che il dopoguerra del Civile finisca chissà quando, e solo dopo che le altre strutture sanitarie avranno ripreso le normali attività. Quello che temono i medici insomma è che l’ospedale cittadino paghi il prezzo più alto anche nel medio-lungo periodo. E questo per il fatto di tenersi tutti i covid dentro nella struttura bordoniana. «Ristrutturare un padiglione in 60 giorni soddisferà i requisiti minimi previsti dall’Oms per questa tipologia di struttura? Si sono previsti e si potranno realizzare, nei tempi indicati, percorsi differenziati per l’accesso ai servizi fra pazienti Covid e no Covid? Per gli stessi servizi (esempio imaging) saranno realizzate le indispensabili aree Covid dedicate? Quali malati dovranno accedere al nuovo reparto? Un ospedale, con nel cuore un reparto Covid, pur con tutte le garanzie di sicurezza, si presuppone, che reazioni potrà determinare su chi vorrà accedervi per la patologia “normale”?». Sono alcune delle domande dell’Ordine. A cui si aggiungono considerazioni: come quella che la struttura esterna (ne sono state ipotizzate alla Fiera di Brescia e all’Università di Ingegneria) sarebbe preferita dagli organismi tecnici internazionali. E come quella dell’utilizzo per i Covid dell’attuale palazzina degli Infettivi (interna alle mura bordoniane ma isolata) dopo adeguata ristrutturazione. Tutte ipotesi scartate a vantaggio del progetto della Regione alla scala 4, che però non convince del tutto. L’ORDINE guarda probabilmente anche all’esperienza di Bergamo, all’ospedale da campo degli alpini dell’Ana, che verrà preso a modello di presidio contro le epidemie dall’Oms. Ha ricevuto i primi 36 pazienti e ha arruolato al momento 14 medici e 45 infermieri tra i quali quelli giunti dalla Russia (quanto ai 15 polacchi arrivati al Civile, dopo meno di una settimana sono ripartiti). Ma di personale - scrive il Giorno nell’edizione di Bergamo - a Bergamo ne servirà altro visto che sono previste 14 stanze per 142 letti, di cui 72 di terapia intensiva o sub intensiva e 70 di lungodegenza. O l’esperienza degli ospedali pubblici di Modena (Policlinico e Baggiovara) dedicati ai pazienti Covid, che possono contare su una grande realtà privata-convenzionata, l'Hesperia Hospital, Covid-free, dove il lavoro tradizionale, sempre in urgenza, prosegue, fornendo anche ai colleghi delle strutture pubbliche le sale operatorie e la Rianimazione per far fronte alle liste d'attesa oncologiche, vascolari, cardiochirurgiche… A BRESCIA l’ospedale esterno non è mai passato. Né nella prima versione a Brixia Forum, che ora sarebbe pronta da tempo. Né nella seconda, che piaceva alla Loggia e all’Università, ma non alla Regione (aveva bocciato anche la Fiera), che promosse invece il modello dell’ospedale diffuso - malati distribuiti tra le strutture sanitarie e socio assistenziali della provincia - trovando il sostegno di Fondazione della comunità bresciana e dell’iniziativa AiutiAmoBrescia, realtà che avevano caldeggiato la soluzione Fiera e poi l’ospedale diffuso. E infine i 4 piani di scala 4 al Covid. Quell’«ospedale dentro l’ospedale» su cui ha sollevato dubbi anche il ministro della Sanità. Speranza ha detto che piuttosto che su soluzioni miste, sarebbe meglio puntare su Covid Hospital. Le soluzioni miste, come quella al Civile, sono «troppo rischiose per gli altri degenti - ha affermato - e per tutto il personale. Infine, non si può nemmeno correre il rischio di penalizzare tutti gli altri pazienti e tutte le altre cure. Non è che il malato di tumore non c'è più. Purtroppo c'è ancora e va curato». • © RIPRODUZIONE RISERVATA