Bar da tutto esaurito
e ristoranti «slow»:
così riparte Brescia

Elia Zupelli19.05.2020

L’Italia s’è desta. E anche Brescia, la Leonessa, in un lunedì mattina di tarda primavera, ha iniziato a risvegliarsi e sgranchirsi, sperimentando il primo contatto ravvicinato con una (parvenza di) realtà che si era trasformata in incubo. Il 18 maggio 2020 è il primo giorno di riapertura dopo il lockdown, alba morbida: le vetrine hanno rimesso in moto gli automatismi perduti e poco alla volta la città ferita ha ripreso vita. Con lentezza, senza strappi al motore. E la normalità, quella stessa normalità che così spesso spaventa, terrorizza, imprigiona, per qualche attimo è sembrata una grandiosa conquista. COME UN ESPRESSO al bancone dei bar, «terra di nessuno e di tutti, a metà tra il tempo libero e l’attività professionale»: riaperti ridimensionati igienizzati e sanificati, hanno ricominciato a popolarsi di umanità varia ed eventuale dal primo mattino, fedeli alla loro vocazione di luogo centrale di incontro e relazione per milioni di italiani, che la pandemia aveva temporaneamente anestetizzato. Come il Coronavirus l’olfatto e il gusto: sensi in subbuglio sotto mascherine onnipresenti. Spesso a macchiare di bianco anche i plateatici, sempre più gremiti dal pomeriggio in poi, complici anche i tantissimi giovani affamati d’aria dopo l’apnea, per ovvi motivi semi-esonerati da impegni scolastici e universitari. «Per noi è il primo Pirlo da fine febbraio», brinda una coppia in zona via Musei. Un’altra poco più in là, opta invece per drink e pizza d’asporto, condivisi al tramonto sotto al Monumento alla Bella Italia, nel cuore di Piazza Loggia: cartoline da una ripartenza. Che se per i bar, in particolare per quelli dotati di spazi all’esterno, è apparsa forse meno catastrofica di quanto poteva sembrare alla vigilia, per i locali a metratura ridotta e con tavoli risicati già in condizioni normali si è confermata complessa per non dire critica (oggi, tra l’altro nuovo incontro tra i rappresentanti dei 170 esercenti #chiusiperbrescia e il sindaco Emilio Del Bono: al vaglio, «nuove idee per garantire il consumo in piedi a una distanza ravvicinata dai locali in piena sicurezza»). Tra i pub, c’è chi ha fatto un salto fuori dal cerchio. È il caso della Taverna di Paola, storico quartier generale della birra di qualità in via Milano: «Preso atto delle ordinanze abbiamo deciso di non riaprire» hanno annunciato con un post su Facebook. I motivi? «Probabilmente chi ha scritto queste norme pensa che il pub sia un supermercato: non abbiamo intenzione di misurare la temperatura a tutti, il nostro locale perderebbe la sua vera essenza che non è semplicemente vendere birra e panini, ma socializzare, conoscere persone nuove, incontrarsi…Queste norme servono solo a scaricare responsabilità e quindi evitare contributi (a oggi 600 euro) e casse integrazioni per i dipendenti (oggi non ancora pagate): con la riduzione di capienza e posti a sedere ma non di affitti e bollette siamo destinati a fallire. Grazie di cuore #RegioneLombardia». Linea condivisa anche da molti ristoranti, sulle cui insegne - date le «condizioni improponibili per sostenere un’attività» - campeggiano laconici cartelli tipo: «Chiuso fino al...?». Tanti al Carmine, molti anche fra Duomo, Vittoria, piazzale Arnaldo e viuzze collaterali. Vero che era il primo giorno, lunedì. Vero che lo strascico economico-psicologico ha lasciato il segno. Ma a fronte del gran movimento fra aperitivi e derivati, diversi ristoranti si sono dovuti accontentare di due-quattro coperti e una dozzina di casoncelli al burro fuso. Poca roba. Basterà? Nel dubbio, meglio aggrapparsi al bicchiere mezzo pieno e berlo tutto d’un sorso. •