Farfengo piange suor Daniela la religiosa che sfidò i talebani

Suor  Daniela Baronchelli utilizzava libri e video per evangelizzare
Suor Daniela Baronchelli utilizzava libri e video per evangelizzare
Riccardo Caffi 24.03.2019

Minacciata più volte di morte dai talebani, è stata sopraffatta solo dall’età. Da ieri, suor Daniela Baronchelli riposa per sempre in Pakistan, in quella che era diventata la sua amata terra. LA NOTIZIA della scomparsa della suora missionaria, premiata nel 2016 con la «Rosa Camuna» della Regione Lombardia, è stata accolta con dolore e commozione, a Farfengo, il borgo dal quale era partita giovanissima per portare ai popoli sofferenti del mondo la sua fede e il suo aiuto. La religiosa è morta all’età di 87 anni, «dopo una vita intera dedicata alla sua fede e alla missione di educatrice in Nigeria e in Pakistan», ricorda il sindaco di Borgo San Giacomo Giuseppe Lama, esprimendo ai familiari le condoglianze dell’Amministrazione comunale e più in generale della comunità. La suora lascia il fratello Pietro che vive a Caravaggio, le sorelle Attilia, a Borgo San Giacomo, Marì Teresa, a Farfengo e suor Irene, missionaria in Canada. Suor Daniela è stata per oltre un quarto di secolo in Africa, poi, dalla metà degli anni ’80, missionaria in Pakistan, a Lahore e a Karachi, dove con le consorelle ha gestito fino all’ultimo la libreria delle suore Paoline ed ha portato aiuto nelle parrocchie e nelle scuole cattoliche. Un apostolato denigrato dai musulmani, anche perché svolto con l’ausilio di immagini e video. «Molto spesso i talebani fanno circolare dei biglietti con scritto: “O chiudete, o morirete” – raccontava la suora in una delle rare soste a Farfengo -. Ciò che ci dicono è tremendo, ma noi continuiamo con pace e amore la nostra missione». Le minacce si erano fatto sempre più pressanti quando il controllo del territorio era passato sotto l’egida degli estremisti islamici. Ma suor Daniela Baronchelli aveva continuato la sua opera di evangelizzazione e solidarietà. Le Paoline raccolgono e distribuiscono aiuti per le famiglie più povere e numerose, in particolar modo per quelle cristiane che sono discriminate e senza lavoro. «Sono contenti del sostegno economico, ma i sorrisi più grandi li ricevo quando dico che in Italia c’è chi prega per loro – raccontava ancora suor Daniela -. Allora sanno di essere amati, non solo perseguitati». PER MOTIVI di sicurezza, le suore vestono, come le donne del luogo, il tipico abito shalwar kameez celeste e lo scialle bianco, la «dupatta», per coprire il capo. «In realtà tutti sanno chi siamo», ammetteva la suora, raccontando di quel giorno in cui non si era accorta della croce che sporgeva dal suo abito. «Fortunatamente un musulmano che mi conosceva mi ha avvertita subito – ha detto –, perché là non si scherza. Una parola può essere ritenuta una bestemmia. E una bestemmia è causa di morte». Nonostante i pericoli, la suora di Farfengo amava il Pakistan, diventato la sua terra. «Amo quella cara gente – confidava -. Mi sento una di loro e mi sento con loro. In quella terra offro con amore e con grande gioia, non soltanto la mia attività pastorale, ma tutta la mia vita». E così è stato fino al suo ultimo respiro. •