Rambaldini,
dalle mulattiere
di casa all’oro iridato

Rambaldini premiato:  ha scoperto la corsa soltanto a 25 anniAlessandro Rambaldini esulta dopo una delle sue imprese mondiali: ha debuttato in azzurro nel 2015
Rambaldini premiato: ha scoperto la corsa soltanto a 25 anniAlessandro Rambaldini esulta dopo una delle sue imprese mondiali: ha debuttato in azzurro nel 2015
Anna Castoldi21.05.2020

Tornare a correre: per molti runner significa riabbracciare una libertà, un piacere, un’abitudine irrinunciabile. Per Alessandro Rambaldini, campione mondiale di corsa in montagna, è tornare a casa. Nato a Lavenone, oggi vive a Idro, ma tornerebbe nel paese d’origine «anche domani. Sono andati tutti via: se quando ero piccolo c’erano solo una bottega e un bar, oggi è più vuoto che mai». RAMBALDINI è cresciuto tra i sentieri di montagna che da Presegno portano alla sua cascina: «Nove chilometri in salita. Un tempo non c’era la strada asfaltata, solo una mulattiera. Quando ancora non camminavo mio padre mi portava nello zainetto». Cascina Riultù: «Mai capito cosa significasse: i casolari della zona hanno questi nomi in dialetto bresciano, come le cime circostanti. Corna Blacca, Corna Alta, Corna Zeno… Lì i miei nonni vivevano con le mucche che in estate portavano in alto, al pascolo». All’inizio la corsa non è che un gioco: arrampicarsi tra le rocce e i cespugli, rincorrendo i camosci. La montagna è il suo ambiente: «Amo la quiete, il silenzio. Lassù senti appena la natura. E il panorama: di quei tramonti! Al mattino si vede fino al Garda». Crescendo, la sua vita si allontana pian piano da quei luoghi: «Ho fatto le elementari a Lavenone, le medie a Vestone, ma la scuola non mi piaceva: presto sono andato a lavorare nell’impresa edile di mio zio. Nel 2008 sono passato all’Unidelta». Più o meno nello stesso periodo comincia a gareggiare: «A 25 anni, tardissimo. Da adolescente sciavo: la corsa è arrivata dopo». Lo coinvolgono alcuni amici: «Non mi ero mai allenato, ma li battevo già. Vedendo che ero portato mi hanno incoraggiato». Inizia così la scalata dai sentieri della Val Sabbia alle cime di tutto il mondo: «Nel 2015 ho indossato la prima maglia azzurra, ai Mondiali di corsa in montagna sulla lunga distanza a Zermatt. Su un percorso di 42 chilometri sono arrivato 12°, ma con l’Italia abbiamo vinto l’oro». L’Italia replica il successo nello stesso anno, sul corto classico (12 chilometri) in Galles: «Ho sempre dato il meglio nelle lunghe distanze, nelle gare di 3 o 4 ore, sui terreni accidentati». Le principali difficoltà della corsa in montagna stanno nel dislivello, che può arrivare ai 2500 metri, e negli ostacoli naturali: «Pietre, pendii, radici sporgenti: se non sei allenato nel modo giusto inciampare e prendere una storta è un attimo». Ma Alessandro si allena da quando è nato. La montagna è la sua casa: un talento che nel 2016, ai Mondiali di lunga distanza in Slovenia, è premiato con l’oro individuale: «Sono arrivato primo sia nella competizione singola che a squadre. Non c’è che dire, sono stati anni… d’oro». NEL 2017, per soli 7 secondi, arriva 4° al Giir di mont di Premana (ma vince l’oro a squadre), rifacendosi nel 2018 con il Mondiale in Polonia, dove conquista un altro oro (e il bronzo a squadre): «Nel 2019 il Mondiale in Argentina non è andato benissimo, ma è stato fantastico correre sul Cerro Baio». Quest’anno, a fine settembre, avrebbe dovuto correre a Lanzarote: «Purtroppo tutto annullato per Coronavirus. Ora mi sto allenando molto meno. Fino a poco tempo fa non si poteva uscire di casa. Poi, sapendo che non gareggerò, non sto lì a massacrarmi». Non si fa mancare i suoi 17 chilometri al giorno: «Un bel sacrificio - ammette - ma sono riuscito a gestire allenamenti e turni in fabbrica: se lavoro di notte corro il pomeriggio, se attacco la mattina mi alleno la sera». In questo periodo, almeno, ha più tempo per prendersi cura della sua cascina: «Io e mio papà l’abbiamo ristrutturata e la teniamo da conto, curando piante e animali. Tante cascine in zona Presegno sono abbandonate: la gente scende in città, le tradizioni vanno perdute. A me, però, piacerebbe tenerle vive». • © RIPRODUZIONE RISERVATA