Cornwall, oltre il
mito: «Con
Brescia nella storia»

David Cornwall: nel ’75 con Brescia lo Scudetto da miglior marcatore del torneo FOTO  STEFANO DELFRATECornwall portato in trionfo dai compagni dopo il trionfo tricoloreIl Rugby Brescia targato Concordia che vinse lo Scudetto nel 1975
David Cornwall: nel ’75 con Brescia lo Scudetto da miglior marcatore del torneo FOTO STEFANO DELFRATECornwall portato in trionfo dai compagni dopo il trionfo tricoloreIl Rugby Brescia targato Concordia che vinse lo Scudetto nel 1975
Fiorenza Bonetti22.05.2020

«Non mi piace parlare del passato, non c’è più nulla da scoprire, è già successo, chiuso. A me piace il futuro perché è nuovo, tutto da vivere». Non ne fa mistero. Ci apre la chiacchierata e, in fondo, per chi lo conosce, non c’è nulla di strano. Però poi, come spesso accade per chi vede nel mondo casa propria, i confini si assottigliano, soprattutto quelli tra l’atto e l’essenza. Tra quanto fatto in campo e ciò che è si è vissuto in tutto il resto del tempo. Un po’ come in quei bellissimi nodi marinai che legano strette le sue tante esperienze, il suo carisma travolgente, la vita eccentrica. David Cornwall, ex rugbista gallese, utility back ante litteram classe 1947, è stato uno dei cardini del dream team che portò il Rugby Brescia al glorioso scudetto del 1975. Poche, troppo poche parole per descrivere uno dei primi sportivi professionisti che trovarono Brescia sul loro cammino, senza sapere che sarebbe stata anche la destinazione finale del loro viaggio. «QUANDO VIDI per la prima volta Brescia pensai di trovarmi in un romanzo di Dickens - racconta -. Era il 1972: provenivo da Bologna, una città che dormiva poco, dove tutti erano per strada, i giovani soprattutto. Quando arrivai qui invece tutto era coperto da una nebbia scura, di quelle che riempivano le vite negli anni ’70. Le strade erano semi vuote, si vedevano solo adulti o anziani». Però il progetto di Lorenzo Bonomi, GM di quel Brescia targato Concordia, era in rampa di lancio per un crescendo destinato a fare la storia. «Mi aveva visto giocare proprio contro Brescia, centrai i tre calci di punizione nel successo per 9-7 di Bologna. Mi volle con loro». Nell’accettare la proposta il gallese Cornawall seguì il consiglio che il padre gli aveva dato un paio d’anni prima, quando aveva lasciato Newport per l’Italia: «Se non accetti, non saprai mai se hai fatto la scelta giusta». E così l’arrivo a Brescia. «Ricordo con molta gratitudine quanto tutti si dessero da fare per farmi ambientare - prosegue il racconto - Non sono cose di cui ti puoi dimenticare anche se il tempo passa. I primi due anni a Brescia giocavo e allenavo. Nella stagione dello scudetto, invece, mi concentrai sul ruolo di giocatore». E lo fece davvero alla grande: con 188 punti, fu il miglior marcatore del campionato. «ERA UNA SQUADRA costruita per vincere, proprio come voleva lo sponsor - spiega Cornwall -. Aveva due blocchi di giocatori bresciani a fare da base, poi c’erano i professionisti e i nazionali italiani». Ma il rugby di vertice di allora era molto diverso da quello di oggi. «C’erano sei squadre che lottavano per lo scudetto: Treviso, Rovigo, Padova, L’Aquila, Fiamme Oro e Roma. Quell’anno c’eravamo anche noi. Niente era scontato». Purtroppo quel tasso di competitività si è perso negli anni. «Con il campionato prima dello scudetto avevamo avvicinato al rugby gente che non aveva mai saputo cosa fosse. Il Menta era uno spettacolo. Avevamo i nostri rituali, condivisi con gli altri sportivi della città, calciatori e cestisti. Come il lunedì all’Hotel Ambasciatori tutti insieme. Noi andavamo alle loro partite, loro alle nostre». Nell’anno del trionfo, a metà stagione, la società ingaggiò altri giocatori per poter contare su un doppio gruppo con cui fare la storia. Oggi sappiamo come andò a finire. «IL RUGBY BRESCIANO è cresciuto grazie a quello scudetto, ma non in maniera armonica. In Galles è tutto più strutturale e strutturato: quattro poli principali - Newport, Cardiff, Llanelli e Swansea - più numerosi club che operano in sostanziale sinergia». E Cornwall, oltre ad aver poi giocato ancora con Bollesan nel Cus Milano, a Calvisano, a Rovato e ad aver allenato il Borgo Poncarale, fu parte attiva di uno dei rari esempi di collaborazione ovale in Italia, quel progetto Leonessa che sembrava avere le carte in regola per andare lontano. Ci andò, ma tornò troppo presto ai blocchi di partenza. Team manager della formazione che approdò - e si salvò - in Super 10, al fianco di uno staff tecnico incredibile (Matt Vaea e Frank Bunce, due stelle del rugby mondiale facevano base a Rovato). «Quella era una squadra invidiabile non perché fosse composta da fuoriclasse, ma perché tutti avevano il culto del lavoro». E i pareri dei giocatori di allora sono unanimi: David era estremamente esigente, controllava tutto in maniera capillare. Era una figura di spessore e grande caratura, l’uomo perfetto al posto giusto. Da allora, «ho preso le distanze dal rugby, ma ho le idee chiare su come mi piacerebbe che crescesse: aiutare la base, smetterla con i litigi di cortile, lavorare sul fisico dei nostri giovani. Servono soldi e i soldi si fanno con le vittorie ai massimi livelli e con lo spettacolo». Eppure David avrebbe potuto scegliere uno sport da sempre sotto i riflettori, da professionista del calcio quale era. «Con il rugby iniziò per caso. Un professore chiese chi volesse provare. Nessuno rispose. Allora provò dicendo che chi si fosse prestato non avrebbe avuto compiti. Alzai per primo la mano. Il rugby mi ha cresciuto fisicamente e umanamente. Ho avuto anche la possibilità di raggiungere un obiettivo per me fondamentale: essere rispettato dai compagni. Gli avversari lo possono fare, ma non ti conoscono davvero. Sono i tuoi compagni che invece sanno tutto di te, soprattutto i difetti, i limiti. Il loro rispetto vale molto di più». Orgoglioso, consapevole, dotato di una tecnica individuale eccellente - non a caso ha vinto uno scudetto con Newport ed è stato nazionale nelle giovanili dei dragoni -; decisionista e impulsivo. «Se ho fatto bene a scegliere il rugby? Chi lo sa? Sentiamoci tra duecento anni. Finisco questa vita, ne vivo un’altra e poi ti rispondo». • © RIPRODUZIONE RISERVATA