«Un grande uomo E sul calcio mi ha dato tanti consigli»

03.10.2019

Di Giorgio Squinzi, Marco Bonometti non era soltanto un collega imprenditore ma un amico sincero. Bresciaoggi rintraccia l’ex presidente degli industriali bresciani, leader del gruppo Omr, in tarda serata. Bonometti, il primo ricordo di Squinzi? Innanzitutto era una grande persona. Trasparente, onesta. Ancora non ci credo. A mezzogiorno ho parlato con i suoi collaboratori. Non me l’aspettavo, non se l’aspettava nessuno una notizia del genere. Però il presidente del Sassuolo era malato da tempo e questo si sapeva. Già, fin da quando era presidente di Confindustria lottava contro la malattia. Ma andava comunque al massimo. Squinzi era un grande imprenditore, aveva aziende in tutto il mondo, si era fatto da solo senza aiuti di alcun genere. Aveva una visione, una lungimiranza non comuni. Amava il lavoro come nessuno. L’ultima volta che l’ha visto? Prima delle ferie, a inizio agosto, negli uffici della Mapei, a Milano. Sapevo che non stava bene, ma non mi aspettavo che morisse così presto. Sono davvero triste. Quale era la sua maggiore qualità? Ne aveva tante, senza dubbio. Innanzitutto un carattere mite, sapeva trovare una parola giusta per tutti. Ma quando doveva prendere decisioni o fare delle scelte anche non facili, non si faceva pregare. Che presidente di Confindustria è stato? Certamente un buon presidente di Confindustria. Bisogna tenere presente che è arrivato in un momento in cui la nostra associazione era spaccata, divisa. Lui ha cercato di ricompattarla con notevoli sforzi. Parlavate anche di sport? Eccome! Era molto felice quando mi sono interessato al Brescia. Mi ha dato ottimi consigli, io gli ho suggerito di prendere alcuni dei nostri calciatori. Non ricordo i nomi, ma mi diede ascolto. Mazzitelli potrebbe essere uno di questi? Io di lui mi fidavo visto i livelli cui ha portato il Sassuolo. Però vorrei sottolineare un particolare. Quale? Anche nella scalata del Sassuolo al calcio professionistico, c’era molto di lui, del suo modo di essere e di pensare. Anno dopo anno costruiva la squadra senza fare il passo più lungo della gamba. Ha fatto grandi cose nel calcio e anche nel ciclismo. Non le sarebbe piaciuto diventare lo Squinzi del Brescia? No, non mi è mai interessato anche se Giorgio mi spingeva a farlo. Ma per lui il calcio era un veicolo pubblicitario per la sua azienda. Cosa resta di Squinzi? Resta un’azienda modello del comparto chimico, la Mapei, che si è espansa in tutto il mondo. Resta l’insegnamento di un uomo leale e trasparente. E rimane senz’altro l’impronta del grande uomo di sport, che non cercava scorciatoie di alcun genere ma voleva affermarsi in modo pulito e con lealtà. L’imprenditoria e l’Italia intera hanno perso in primis un grande uomo.

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