Ultrà serbi in campo: stop all’amichevole del Brescia

Tifosi serbi scavalcano per andare a caccia di bandiere albanesiBalotelli e compagni costretti a fermarsi per l’invasione degli ultrà del Vojvodina.Un’amichevole ai confini della realtà, finita al 6’ della ripresa FOTOLIVE/Simone Venezia
Tifosi serbi scavalcano per andare a caccia di bandiere albanesiBalotelli e compagni costretti a fermarsi per l’invasione degli ultrà del Vojvodina.Un’amichevole ai confini della realtà, finita al 6’ della ripresa FOTOLIVE/Simone Venezia
Alberto Armanini 13.10.2019

Non la si può ridurre alla solita storia dei provocatori e dei provocati. È un problema grande, grave, che ha radici profonde e soluzioni per ora lontanissime. I fatti dicono di un gruppetto di giovani che ad un certo punto, al 6’ del secondo tempo, mostrano alcune bandiere dell’Albania oltre le recinzioni dello stadio di Orzinuovi e di alcuni ultras serbi che scavalcano le barriere, invadono il campo, corrono verso di loro e cercano di farsi giustizia. Brescia-Vojvodina finisce lì, con Digos e carabinieri a fermare i serbi, con gli albanesi volatilizzati in un amen nei campi dietro allo stadio e, soprattutto, con Dessena e Balotelli senza più maglia e senza più voglia di giocare. Un pessimo spettacolo. E una grandissima perdita di tempo. Gli antefatti di tutto questo sono vecchi di secoli, sedimentati più di recente attraverso gli sconvolgimenti di due conflitti mondiali, le ripartizioni post-belliche, la disgregazione dell’ex Jugoslavia e la guerra del 1999. Niente che si possa comprendere in poco tempo né spiegare in poche righe. Ma nemmeno che possa giustificare la sospensione di una partita, per di più amichevole e addirittura iniziata con un augurio congiunto delle due squadre a Sinisa Mihajlovic, ex giocatore del Vojvodina. È forse il dettaglio che rende l’epilogo ancora più sgradevole. CRONOMETRO alla mano, l’avventura dei venti ultras serbi a Orzinuovi è durata poco meno di mezz’ora di partita. Entrati nell’impianto al 41’ - il 28’ di gioco effettivo dopo la sospensione per l’espulsione dell’allenatore Lalatovic - hanno fatto capire fin da subito che la loro presenza lì non sarebbe stata di facile amministrazione. Primo atto ufficiale una volta comparsi nel mini settore ospiti ricavato alla base della tribuna e a ridosso del campo, l’apposizione di uno striscione dedicato ad un bambino, tifoso della squadra biancorossa, scomparso da pochi giorni. Un dramma, certo. E pure un bel messaggio. Peccato che tutto il resto sia stato indecoroso e di segno opposto. A partire dai «vaffa» contro Brescia e i bresciani, intelligentemente derubricati dai tifosi di Orzinuovi come goliardia. Molto più rumore ha fatto il coro (rigorosamente in serbo) sul Kosovo. «Il Kosovo è Serbia, il Kosovo è Serbia». Ripetuto per una ventina di volte e intervallato ai «vaffa» di cui sopra -con i bresciani sempre muti e tranquilli sui loro seggiolini - mentre la partita si fermava per la pausa fra i due tempi e riprendeva per l’inizio del secondo. A questo punto la detonazione. Non è dato sapere se i cori sul Kosovo abbiano scatenato l’orgoglio degli albanesi - che riconoscono il Kosovo come Stato, al contrario dei serbi che lo considerano parte della Serbia - o se l’esposizione delle bandiere fosse premeditata. Ma provocatori e provocati hanno portato alla fine della partita e dello spettacolo. Commentando la notizia sul Facebook del Brescia, qualcuno ha fatto notare che alcuni serbi avrebbero lanciato ghiaia verso una porzione di tribuna occupata da famiglie e bambini. Sono stati trattenuti nello stadio fino al tardo pomeriggio e poi scortati per un tratto del tragitto di ritorno in Serbia. Non ci sono notizie di fermi o provvedimenti specifici per chi ha scavalcato le recinzioni e fatto invasione di campo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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