Tonali entusiasma Baggio: «È un giovane fenomeno»

Roberto Baggio: capitano del Brescia dal 2000 al 2004
Roberto Baggio: capitano del Brescia dal 2000 al 2004
Gian Paolo Laffranchi 13.10.2019

Brescia-Fiorentina è già cominciata. Roberto Baggio da bravo grande doppio ex la guarderà: «Credo di sì». E sulla carta sarebbe una sfida nella sfida fra «due giovani fenomeni», Enrico Chiesa e Sandro Tonali. Sulla carta, perché Chiesa ieri è uscito dal campo anzitempo contro la Grecia per un infortunio muscolare, mentre Tonali è atteso al debutto con l’azzurro dei grandi martedì sera, contro il Lichtenstein. BAGGIO apre una lunga vigilia di campionato e, soprattutto, riporta alla mente ricordi che danno sempre - sempre, immancabilmente - i brividi. Succede al Festival di Trento sul palco del Teatro Sociale, intervistato dal direttore della Gazzetta dello Sport Andrea Monti, e fra ex colleghi e amici come Antonio Filippini, e poi davanti a taccuini e telecamere, esaltando i talenti del nuovo calcio italiano. Un rinascimento che fa bene al cuore, anche se di Baggio all’orizzonte non se ne vedono. Né qui né altrove. Sorridente e disinvolto, l’ex capitano del Brescia ha il gusto della battuta. E della modestia. «Io umile e intelligente? Mi riconosco l’umiltà, meno l’intelligenza». Baggio che si commuove ripensando alle tante vite della sua carriera. Al periodo fiorentino, quando il suo trasferimento alla Juventus provocò tre giorni di guerriglia. «Io non avrei voluto andarmene mai, ma mi sentivo colpevole per quello che stava accadendo. Tanta gente è finita all’ospedale per quegli incidenti». Club di alto livello, allenatori pure: «Ho avuto la fortuna di essere allenato da grandi tecnici, poi a volte i rapporti si sono incrinati per qualche screzio - ammette Baggio -. Forse perché la gente mi voleva bene, c’era sempre tanto affetto e se giocavo bene parlavano di me, e se non giocavo criticavano loro». Mazzone era diverso: un allenatore «risolto». «Un maestro. Mi ha insegnato la semplicità, requisito che già avevo. E siamo entrati subito in sintonia». Era stato a Mazzone a chiamarlo, quando Baggio si allenava al campetto di Caldogno da solo: «Speravo in una chiamata del Vicenza, volevo giocare a casa, l’avevo detto sui giornali ma forse non avevano capito e pensavano volessi giocare a Caldogno... Il Vicenza allora doveva sfidare proprio il Brescia in Coppa Italia. Suonò il telefono. Era Vittorio». Petrone, il manager. Che annunciava l’irruzione del Brescia nella sua vita. Tramite Mazzone. Croce e delizia, gli allenatori. Come i Mondiali. Le magie di Italia ’90, il rigore calciato alto nella finale di Usa ’94 col Brasile, il quasi golden gol di Francia ’98, la mancata convocazione in Giappone nel 2002. «Sarò presuntuoso, ma avrei meritato di essere convocato a quel Mondiale». Strepitoso il recupero dall’infortunio al ginocchio, un rientro record con doppietta alla Fiorentina che non bastò a convincere Trapattoni, destinato all’eliminazione con la Corea favorita dal famigerato arbitro Moreno. «Fu una delusione profonda, simile a quella di Pasadena. Forse anche per questo ora vivo lontano dal calcio. In me c'era tanta voglia di rivincita proprio dopo quel rigore sparato alto. Non ne ho mai tirato uno così in vita mia, forse uno alto, ma non così tanto sopra la traversa. A volte ancora ci ripenso, prima di andare a dormire». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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