Gino Paoli a Brescia
«Felice di tornare:
sarà emozionante»

Gino Paoli in camerino nell’edizione 2016 de LeXGiornate FOTOLIVE
Gino Paoli in camerino nell’edizione 2016 de LeXGiornate FOTOLIVE
Claudio Andrizzi 11.09.2019

Paoli canta Paoli. A Brescia, proprio nel giorno del suo 85esimo compleanno. Anniversario di non poco conto per il grande cantautore genovese, che il 23 settembre festeggerà insieme al pubblico della Leonessa con un live in programma al teatro Sociale nell’ambito del festival «LeXGiornate»: uno degli appuntamenti più attesi nel cartellone di quest’anno (il concerto è in programma per le 21.15: biglietti disponibili online su Vivaticket a prezzi compresi tra 45 e 13 euro). «Sono contento di trascorrere in palcoscenico questa serata speciale – confessa l’artista -. Il calore del pubblico mi continua ad emozionare, soprattutto quando dal palco si riesce a creare un ponte speciale tra noi e gli spettatori: è una sensazione unica. Del resto, la gente viene ai concerti per ricevere emozioni». In questo concerto torna a misurarsi con il jazz: quanto è importante per lei la contaminazione fra le sue canzoni e questo stile musicale? Il jazz ha sempre fatto parte della mia vita, fin da quando da ragazzo ascoltavo Louis Armstrong dai dischi dei soldati americani che avevano i carri armati parcheggiati fuori da casa mia. Sono sempre stato un appassionato ascoltatore ma anche esecutore, ed è per questo che trovo naturale esibirmi insieme a dei jazzisti veramente eccezionali come Rita Marcotulli, Ares Tavolazzi e Alfredo Golino. Sarete insieme anche nel concerto bresciano: che tipo di alchimia si è creata tra voi? Devo dire che la libertà di questi musicisti mi ha molto influenzato anche nel mio ultimo doppio disco, «Appunti di un lungo viaggio», dove, nel secondo disco «I Ricordi», ho riunito alcune mie canzoni più celebri rivisitate proprio insieme a loro. Ma il suo pubblico è affezionato solo ai classici o ha ancora la curiosità di seguire nuove evoluzioni stilistiche? È normale che in un concerto ci siano canzoni come «Il cielo in una stanza», «Sapore di sale» o «Senza fine» alle quali il pubblico è particolarmente affezionato… La gente ama quelle canzoni. Ma alla fine la cosa veramente importante è che le canzoni siano belle, che trasmettano grandi emozioni. Questo tour segna anche un traguardo importante come quello dei sessant’anni di carriera, visto che il suo primo disco risale al 1959: mai pensato «adesso smetto»? Non penso di smettere: il palcoscenico è per me ancora una «malattia» dalla quale non voglio guarire. Rinuncerei volentieri agli spostamenti, quello sì, perché odio viaggiare, ma è un prezzo inevitabile da pagare per continuare a fare qualcosa che mi piace davvero troppo. E dopo tutti questi anni di successi, c’è ancora qualche progetto o qualche sogno nel cassetto che vorrebbe ancora realizzare? Alla mia età ho molti meno sogni nel cassetto rispetto al passato, perché per la maggior parte si sono realizzati. Però allo stesso tempo penso che l’importante sia non smettere mai di porsi domande e cercare di andare sempre avanti per superarsi.

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