I «Fuoriusciti» secondo Grasso: « I miei giganti »

Luigi Diberti e Antonello Fassari: impersonano, rispettivamente, Gaetano Salvemini e don Luigi SturzoGiovanni  Grasso: autore del testo portato in scena oggi a Brescia
Luigi Diberti e Antonello Fassari: impersonano, rispettivamente, Gaetano Salvemini e don Luigi SturzoGiovanni Grasso: autore del testo portato in scena oggi a Brescia
Riccardo Bormioli 14.01.2020

«Guarda che l’intervista dovresti farla a Pietro». Pietro è Maccarinelli: il regista di «Fuoriusciti», lo spettacolo scritto da Giovanni Grasso, il portavoce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che debutta questa sera alle 20.30. Protagonisti Luigi Diberti e Antonello Fassari, al Teatro Mina Mezzadri (lo spettacolo è coprodotto dal Ctb, dal Teatro Stabile di Torino e da Anele, la società di produzione di Gloria Giorgianni). A tavola in una trattoria del centro di Brescia si parla del testo scritto da Grasso e che nasce dal carteggio fra Gaetano Salvemini e don Luigi Sturzo, ma anche del fatto che Maccarinelli da 40 anni sulle scene teatrali italiane non ha mai diretto una pièce nella città dove è nato e dove debutterà questa sera. «ME NE SONO andato a 18 anni» dice Maccarinelli - e non sono più tornato nemmeno come regista. Non sono emozionato, faccio il mio lavoro e basta». E così si torna a «Fuoriusciti». «L’idea mi è venuta - racconta Giovanni Grasso - leggendo il carteggio fra Salvemini e Sturzo, costretti ad emigrare durante il fascismo. Volevo raccontare questi personaggi e la loro umanità, la vita di fuggiaschi». È una storia di idee, di passioni democratiche ma anche di vicende umane: «Volevo riscoprire due grandi personaggi poco ricordati oggi - dice ancora Grasso - ma che sono stati due giganti del pensiero cattolico e democratico di quegli anni, pur nelle differenze che emergono proprio dal loro carteggio. I due si sono non solo scritti, ma anche incontrati, e hanno polemizzato su temi centrali dell’agire politico: ricordo cosa pensava Salvemini del fatto che un cattolico veramente democratico avesse l’obbligo, quando fosse necessario, di disobbedire al Papa. Cosa che Sturzo sosteneva di non aver mai fatto pur avendo a cuore l’istituto della democrazia». Lo spettacolo «al 70 per cento è costruito utilizzando proprio le lettere che i due si sono scritti. Di mio non c’è nulla o quasi. D’altra parte in quelle lettere c’è tutto: il rispetto tra opinioni diverse che affondano comunque in valori universali comuni ad entrambi. Alla fine c’è il grande amore per la libertà di cui si sono nutriti sia Salvemini che Sturzo». Sono valori che rischiano di disperdersi nel mondo di oggi e che vale la pena di ricordare nel segno «dell’attualità di un passato. Certi valori rimangono, come rimane la grandezza di alcuni protagonisti della nostra storia dalla grandezza universale. Hanno recitato un ruolo da precursori nel difendere e combattere per gli ideali che sono alla base della nostra democrazia o che almeno dovrebbero esserlo». La sfida affidata al teatro è proprio questa: «La speranza - dice Giovanni Grasso - è che chi lo verrà a vedere si appassioni alla storia e a quello che racconta magari senza sapere chi erano Salvemini e don Sturzo. La funzione di quel teatro che io definisco civile è proprio questa e spero che siano i giovani i primi a trarne beneficio». • © RIPRODUZIONE RISERVATA