«Con la mia barba ho girato il mondo e faccio del bene»

Classe 1984, bresciano, Diego Bazoli si è fatto conoscere attraverso i social e promuove eventi barbuti a scopi benefici  FOTO LAURA ZANONI«Parola del Bazzo: sono io il Rocco Siffredi della barba»«C’è stato anche un tempo in cui mi radevo ed ero sbarbato»
Classe 1984, bresciano, Diego Bazoli si è fatto conoscere attraverso i social e promuove eventi barbuti a scopi benefici FOTO LAURA ZANONI«Parola del Bazzo: sono io il Rocco Siffredi della barba»«C’è stato anche un tempo in cui mi radevo ed ero sbarbato»
18.10.2020

Mister Barba è italiano. «Ma direi prima di tutto bresciano». Si fa chiamare Bazzo, all’anagrafe è Diego Bazoli. Barba, Bazzo, Bazoli, Brescia: il suo mondo in una lettera, tatuata nel destino come i disegni che porta sulla pelle per una passione ancora più antica di quella che l’ha reso famoso anche oltreconfine. Dell’essere barbuto Diego ha fatto uno stile di vita. La visione estetica di sé, la costruzione di un’identità che ha catturato l’attenzione di fotografi di moda e tivù nazionali. «Il barbuto più famoso del mondo», l’ha definito il Tgcom24, sottolineandone il cuore d’oro: con gli amici dei Bearded Brixia raccoglie fondi per associazioni benefiche come la Maruzza, che sostiene le cure palliative pediatriche degli Ospedali Civili di Brescia, e Disabili in Corsa, per i non vedenti che praticano sport all’aperto e non agonistico. Nel frattempo si è tolto soddisfazioni a non finire fra gare e apparizioni televisive: è stato ospite di Ciao Darwin, Tagadà, Pupi & Fornelli, Guess My Age, spaziando fra La7, Tv8 e Canale 5. Il sabato mattina è in onda con un rubrica su Radio Bruno Brescia. La barba è un’arte? Direi un modo di essere, di porsi. Per gli hipster è una moda, per i pakistani che mi fermano per strada per fare una foto insieme è un fatto culturale, religioso. Per me è ciò che sono, come mi vedo. Da piccolo s’immaginava così? Ero forse l’unico bambino a voler fare da grande il camionista. Viaggi, tatuaggi: quel mondo mi attirava. Poi ho capito che il lavoro consiste nel passare da una piattaforma all’altra in percorsi prestabiliti e ho cambiato idea. Anche se ho fatto la patente C. Certo, avessi saputo prima che esiste il mestiere di steward... I suoi cosa facevano? Mia mamma era casalinga, mio papà aveva un’azienda a Collebeato. Facevamo stampaggio. Sono di Bovezzo, ora vivo a Caino dove abito all’ultimo piano e dalla terrazza vedo le montagne, un paradiso. Sto a un quarto d’ora da Salò e dalla vita sociale: per un iperattivo come me avere momenti di serenità a casa è qualcosa di impagabile. A costo di dover fare avanti e indietro dalla città? Sì. Sono impiegato logistico alla Centrale del Latte, a riprova della mia assoluta brescianità. Dopo la quarta superiore ero andato militare ad Albenga, in fanteria mobile, poi avevo cominciato a lavorare nell’azienda con mio padre ma lo stampaggio non faceva per me. Adesso sono felice e ringrazio il presidente della Centrale Franco Dusina, che ha dimostrato grande sensibilità: non gli avevo mai chiesto nulla per i miei eventi barbuti; si è informato senza dirmi niente, ha capito la serietà con cui facevamo beneficenza e ha voluto versare una quota alla nostra causa. Un gesto che mi ha reso felice. Perché aiutiamo chi ne ha bisogno e perché è un ulteriore attestato di credibilità per quello che facciamo. Non siamo Telethon, ma siamo partiti da zero e per noi arrivare a raccogliere 15 mila euro con i nostri sforzi è sempre un traguardo importante. I Bearded Brixia autofinanziandosi moltiplicano le iniziative. La formazione attuale? Siamo io, Marco Leggeri, Alberto Bresciani, Samuel Pasinetti, Marco Bossoni, Diego Civera. Membri ad honorem Said Azbane e Massimo Minelli, il grafico. Abbiamo iniziato all’Unicorn Pub, ma non ci stavamo più dentro perché la gente interessata a partecipare alla nostra festa era diventata tanta e siamo passati al Forajido: ora il nostro quartier generale è a Bagnolo Mella. È nata davvero una bella comunità di barbuti. Da bresciano sono orgoglioso di aver portato sul nostro territorio qualcosa che non c’era grazie alla mia passione. Quando è nata? Nel 2014. Avevo 30 anni, lavoravo alla Centrale da 3 ed ero sempre stato sbarbato. Ho cominciato a non radermi e ho scoperto che mi cresceva velocemente ed era fluente. Ho condiviso qualche immagine su Facebook e i riscontri sono stati inaspettati. Mi ha contattato un curatore d’immagine per farmi prima diventare modello barbuto per un’azienda al Cosmoprof di Bologna, poi partecipare al contest «Barba dell’anno». Ho vinto nella mia categoria: barba naturale. Era il 2016. Da allora è stato vice campione europeo a Tel Aviv e poi terzo classificato in Olanda nel 2018, quinto al Mondiale di Anversa nel 2019, campione in Argentina nel marzo 2020. Ha un modello a cui ispirarsi? All’inizio era l’inglese Ricky Hall, che era tatuato come me. Ma lui aveva anche i muscoli... Io punto sulla barba, cresciuta 85 centimetri in 6 anni. Arriverà a 100 centimetri? Se crescendo rimane bella, sì. Non la tocco mai, uso solo balsamo e olio d’Argan, l’ideale quando è lunga. L’ho scoperto dal mio amico Said, che fa prodotti da barba. È difficile tenerla? No, la gestisco. Di solito faccio una treccia. A volte mi si incastra fra le gambe quando mi siedo, se ho voglia di gelato meglio la coppetta del cono e se mangio qualcosa che si sbriciola devo stare attento a non far diventare la barba un nido per gli uccelli. Come diceva Niccolò Fabi nella canzone sui suoi capelli. Sì! Anch’io vivo sempre insieme alla mia barba. Tenerla così lunga non è impegnativo, bastano piccoli accorgimenti. Aumentano le pretendenti? Tante donne impazziscono, a quanto pare. C’è chi ama le macchine sportive, chi la barba lunga. Bene: sono io il Rocco Siffredi della barba. Pensa mai di tagliarsela? No. La barba è parte di me, con lei ho girato il mondo. Prima non avevo vinto neanche una corsa campestre. E faccio del bene: abbiamo appena consegnato gli ultimi assegni, divisi per 3 associazioni. Purtroppo nel 2020 c’è stata la pandemia che ha portato dolore e complicato tutto, anche gli eventi. Ha già progetti per il 2021? Sì. Il 20 febbraio la quinta edizione di «Brescia che barba», il 29 maggio una partita di calcio a Gavardo fra gli ex giocatori del Brescia e la Nazionale dei Barbuti. Penso al giornalista tv Paolo Bargiggia, all’ex centravanti Davide Moscardelli come testimonial... Sto organizzando con il Pirata del Brescia Luciano De Paola. Nella speranza che si possa mettere in piedi un evento senza precedenti, quando la morsa del Covid si sarà finalmente allentata, l’idea è sempre divertirci aiutando il prossimo. Come nelle nostre feste, in cui c’è anche l’area bimbi: sennò le mamme non venivano. Tifoso del Brescia? Da sempre. Seguivo la squadra anche in trasferta. Giocavo a calcio come centrocampista nel Bovezzo, poi ho smesso perché dovevo lavorare e perché avere la barba è diventato più di un hobby: occupa l’85 per cento del mio tempo libero. Il sogno con la barba? Salire sul podio nel prossimo Mondiale. Ce la posso fare! Ce la farò.