UN ROBIN HOOD IN LOMBARDIA

Laura Pariani (1951) si è dedicata a pittura, fumetti e narrativa
Laura Pariani (1951) si è dedicata a pittura, fumetti e narrativa
Nicoletta Martelletto 03.09.2019

La consuetudine di Laura Pariani con il Premio Campiello data a 21 anni fa. Tre volte nella cinquina finalista, nel 1998 con «La perfezione degli elastici (e del cinema)», Rizzoli; nel 2003 con «L’uovo di Gertrudina», Rizzoli; nel 2010 con «Milano è una selva oscura», Einaudi. Ora per La Nave di Teseo è - unica donna tra i cinque prescelti dalla giuria dei letterati - candidata al Campiello 2019 con «Il gioco di Santa Oca», 270 pagine, romanzo ambientato nelle campagne lombarde di metà Seicento. Pariani, 68 anni, nata a Busto Arsizio, nel frattempo di premi ne ha collezionati molti altri, in un’attività letteraria sempre più intensa dal 1993, anno che ha segnato il suo debutto, dopo un viaggio giovanile in Argentina sulle tracce del nonno, una laurea in filosofia e due decenni di insegnamento. Vive sulla collina del Sacro Monte di Orta, ama la pittura, il teatro, il fumetto. E sopra ogni cosa la Storia. In più occasioni lei ha fatto muovere i suoi personaggi tra Cinque e Seicento. Cosa la affascina di quei secoli? Innanzitutto sono pagine di storia che ho studiato e mi appassionano. Poi ho una predilezione per il mondo contadino, dal quale la mia stesa famiglia proviene. E di questo mondo, nel periodo della Controriforma, ho cercato di capire l’aspetto pagano, legato ai riti, alla magia, alle streghe. La cultura tradizionale contadina è portatrice di aspetti di sapienza antropologica antichissima, legati a piante, animali ed erbe: la Chiesa interviene in questa visione magica del mondo e la schiaccia. Su questi temi ho accumulato negli anni molte informazioni e documenti. Il Seicento è il tempo dei Promessi Sposi. È un secolo importante, di grandi cambiamenti per la cultura italiana. Chiaro che Manzoni si occupa di altro, ironizza sulla cultura contadina. Ma la stregoneria esiste, l’ultraterreno, ciò che va oltre le apparenze, permea la vita delle campagne. Mi sono sentita raccontare tante volte che il tempo è una ruota, che se sei povero tutto quello che ami ti sarà portato via, che la vita è un gioco, che tutto è regolato da cose superiori. Il mondo contadino ha sempre sofferto il doppio, è stato tartassato dai nobili, dalle tasse, dalle calamità naturali, ieri come oggi. Io sto con quel mondo e ne ho voluto scrivere. È un’altra Bibbia quella che racconta con il suo protagonista, Bonaventura Mangiaterra, un Robin Hood di brughiera. E’ quindi una storia di ribellione «Il gioco di Santa Oca»? È un capopopolo molto strano, Bonaventura, che all’inizio della sua vita vive una trasformazione e qui svelo il segreto del romanzo: nasce donna, ma diventa uomo perché si atteggia, si veste e parla come un uomo. Lo scelgono altri per lei, ma per salvarla. All’interno della sua banda accoglie uomini e donne, queste ultime travestite per salvarsi dalla brutalità che era usata nei loro riguardi in quel secolo. Dobbiamo pensare ad un contesto in cui la donna contava meno di nulla, e per valere qualcosa doveva usare una maschera. Questo le sarebbe costata un’ accusa di stregoneria, certamente: ma il libro riflette anche sul tema del sesso maschile e femminile, se ci nasci, ci diventi, come impari ad essere uomo o donna. In quest’epica lombarda di fango, battaglie e razzie, non è solo Bonaventura a rilanciare il tema dell’identità: c’è anche Pùlvara, la cantastorie... che è un po’ Laura Pariani? È il punto di vista femminile su quel secolo Pùlvara la vagabonda è una cantastorie come me, l’ho amata molto perché come lo scrittore prende una strada che non sa bene dove la porterà, ma si palesa poco a poco. Nel romanzo diventa maschio o femmina secondo come le conviene, non pensa a lungo alle sue scelte, è molto pragmatica ma arriva ad un punto, ormai cinquantenne e per i tempi già vecchia, in cui capisce che non ha mai avuto tempo di riflettere e di confrontarsi e cerca se stessa nel momento in cui trova, come in un gioco, oggetti e resti di Bonaventura che è stata uccisa. Perché ha scelto come ritmo narrativo le caselle del gioco dell’oca? Interpretano bene le fasi della vita: tiri i dadi, vai avanti, fai una sosta, torni indietro. Sono una appassionata del gioco dell’oca, ognuna delle 63 caselle è presieduta da un pianeta o da una stella e mi racconta qualcosa. L’oca, poi, è un animale sacro nella cultura padana ma anche nella storia, pensiamo alle oche capitoline. Non c’è gioco che rappresenti meglio la metafora dell’esistenza tra incontri, trappole e biforcazioni. Come reagiscono i lettori a questo linguaggio letterario impastato di imperfezioni e termini rozzi, di toni aulici e ruvidi? È una delle domande più frequenti nelle presentazioni, insieme al perché ho scritto un romanzo storico. Amo il mondo del possibile e il passato è per me il luogo dove ambientare le mie storie. Quanto alla scrittura oggi i lettori sembrano abituati ad una lingua corrente scialba che trovano sul mercato editoriale, con forti influenze dall’inglese. A me piace invece utilizzare un italiano forte, impregnato degli umori della tradizione locale e dei dialetti dei luoghi in cui si muovono i miei personaggi. La lingua è un grande valore aggiunto per un romanzo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA