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Carla Benelli, storica dell’arteIl complesso della cattedrale con la tomba di Giovanni Battista, con il tempo trasformata in moschea
Carla Benelli, storica dell’arteIl complesso della cattedrale con la tomba di Giovanni Battista, con il tempo trasformata in moschea
Bonifacio Pignatti 09.11.2019

Quando nel 2005 Carla Benelli, romana, storica dell’arte, è arrivata a Sebastia, in Samaria, con il grande archeologo francescano padre Michele Piccirillo, ha trovato un povero villaggio disordinatamente cresciuto sugli insediamenti precedenti. Tutto era trascurato, a fatica si distinguevano le tracce del passato, parevano dimenticati i duemila anni di storia che si mostravano malridotti in resti romani, bizantini e crociati. La missione era: ristrutturare. Iniziata anche con fondi della cooperazione italiana, sostenuta da istituzioni pubbliche e fondazioni internazionali, ha trovato il suo senso profondo con l’Associazione Pro Terra Sancta (legata alla Custodia francescana di Gerusalemme) nel riconquistare un territorio, riscoprirlo e farne la sostanza di un rilancio sociale, mettere in moto una rigenerazione urbana. Oggi è concetto di moda: «aggiustare» pezzi di città riconsegnando loro senso estetico e dignità. Si fa con paesaggi che hanno smarrito la loro funzione originaria e nell’abbandono diventano terra di nessuno. Periferie, ex zone industriali, ma anche siti storici compromessi da troppo passato. SEBASTIA è in Palestina, all’interno dei Territori occupati da Israele, in Samaria, a metà strada fra Gerusalemme e Nazareth, colline a perdita d’occhio punteggiate di olivi, su molti crinali gli insediamenti dei coloni ebrei che incombono sulle terre degli Arabi. Il villaggio è adagiato su un pendio, dall’altra parte dell’altura si trovano i resti della città di Samaria, Shomron per gli ebrei. Era l’antica capitale del regno israelita del Nord, ma le rovine odierne sono quelle della città romana dei tempi di Erode e di Augusto, visitabili e in parte ancora interrate con le colonne che spuntano dai campi, lo stadio che si intuisce dalla forma di una conca e dal profilo degli spalti. Quella città Erode volle dedicarla ad Augusto, «Sèbastos» in greco. E il nome Sebaste è rimasto attraverso i tempi. Il sito è stato bizantino, l’hanno abitato i Crociati, lasciando una cattedrale seconda per grandezza solo al Santo Sepolcro di Gerusalemme, per onorare un luogo santo: la cripta con la tomba di Giovani Battista, i cui resti sarebbero arrivati qui non si sa bene come dopo il martirio a Macheronte, attuale Giordania. Ai resti crociati si sono sovrapposti edifici mamelucchi e ottomani, poi gli Arabi hanno costruito le loro case sulle rovine e trasformato la chiesa in moschea. Il passato è rimasto sepolto. Carla Benelli è arrivata per recuperare un patrimonio di straordinario valore storico e archeologico con l’impronta rigorosa della studiosa ma puntando moltissimo sul coinvolgimento della comunità locale. La scommessa è stata: lavoriamo insieme per ritrovare il vostro patrimonio in modo che in futuro siate voi i protagonisti della sua valorizzazione. LA STORICA dell’arte qualche tempo fa è stata a Verona. Al polo universitario Santa Marta ha illustrato proprio il lavoro fatto a Sebastia. Ha mostrato le foto del prima e del dopo. Prima: la cattedrale cristiana, poi convertita in moschea, a stento riconoscibile fra montagne di detriti; cappelle medievali sepolte sotto il livello della strada e invase dai rifiuti, magazzini crociati con il soffitto a volta usati come discarica o ridotti a fogne. Il dopo è il frutto di questi ultimi anni di lavoro. Con l’aiuto degli abitanti del villaggio, soprattutto i giovani, il team guidato dalla Benelli ha compiuto un mezzo miracolo: sgomberati detriti e sporcizia, restaurati gli spazi che a poco a poco venivano alla luce, scoperti altri dati per scomparsi, assegnato un indirizzo al loro ripristino e soprattutto innescato un circolo virtuoso. Ora Sebastia si può visitare, anzi ne vale la pena: il sito del Battista è splendido e coinvolgente, il piccolo museo, ricavato da una chiesetta del XII secolo e da parte di una fortezza è un piccolo gioiello. Inserire questa visita all’interno dei più classici tour di Israele e Terrasanta apre gli occhi su una realtà meno nota ma di commovente bellezza e aiuta i palestinesi di questo angolo di Territori occupati a far fruttare un turismo che più sostenibile e responsabile non si può. Non solo storia e archeologia, infatti. La riscoperta di Sebastia ha rianimato il villaggio e messo in moto una piccola economia legata ai viaggiatori in arrivo. È stato aperto un laboratorio di ceramica, le donne del paese confezionano marmellate, saponi all’olio d’oliva e altri prodotti, il tutto è in vendita in uno spaccio. Ma soprattutto il paese ha cambiato aspetto: strade linde, le tracce del passato evidenziate e valorizzate, le case più antiche ristrutturate. È un’emozione riscoprire passo per passo la città antica attraverso gli strati che si sono succeduti, ammirare i mosaici riportati alla superficie: è un itinerario nella storia che riconsegna il suo patrimonio ai cittadini, e loro la abitano con la confidenza di un’amicizia ritrovata. Chi viene da fuori resta colpito, coinvolto, quasi commosso. Trova ospitalità in una guesthouse anch’essa parte dell’operazione di recupero e gestita da personale del villaggio adeguatamente formato. È una confortevole dimora diffusa, ombreggiata da tralci di vite, in cui al riutilizzo di materiali originari si accostano elementi frutto della creatività di artigiani locali. Si fa comunità, si mangiano (benissimo) le specialità mediorientali cucinate dalle donne del posto, fra hummus e melanzane fritte. Un luogo che sembra indicare la strada della pace e del sorriso a una regione che la storia sta condannando a vivere senza pace. •