Cargnoni, echi di concretezza sognante

Un’opera di Cargnoni che di recente si è dedicato al «Mediterraneo»
Un’opera di Cargnoni che di recente si è dedicato al «Mediterraneo»
Alessandra Tonizzo 21.02.2019

Miseria, cresce in silenzio. Da quando la natura era un bene che si godeva senza saperlo, il germoglio (il sospetto) della fine lui l’aveva annunciato. Su cieli affumicati, tra il salmone e il seppia. Con allegrezza, Giacinto Cargnoni, come i pittori di lunga data, anticipa la risulta di condotte da fabbriciere. Il suo è un «Pensare per immagini», senza veleni, insieme a balocchi per adulti - cavatappi, chiodi, pipe - accostati nel comporre viaggi monodirezionali, bi-spaziali. La personale diluita allo Spazio Aref (in piazza della Loggia 11 sino a domenica) consegna al turista una cartina zeppa di tanti Nord da seguire, il naso infilato ovunque tiri vento. È il sottosuolo della disgregazione archetipica. L’artista bresciano - votato alla pittura dal 1982, affezionato ad acquaforte e acquatinta, ha esposto da Milano a Marsala, dall’Olanda, al Brasile, agli Usa - racconta cose spaventevoli arrotolate entro particole di glucosio, filate in ruvida cialda; la «miserabile cupidigia dell’oro» («Sacra Auri Fames», 1994), l’inquinante follia mercificatoria traslocano dietro la crosta zebrata di zollette intinte di pistacchio, violetta, anice. L’olio, usato come parente dell’acquerello, dilava paesaggi spugnosi: qui non si riesce a concepire suono. Per mezzo d’un’intransigenza barnabita, Cargnoni leva il mancorrente alle opere, uno per uno, una ad una, invitando a scivolare. Su prue urbane, bisce meccaniche («Serpenti colorati», 1972), sugose conchiglie. Sulla «piccola patria», anche; l’«Heimat» (2018) verticale, crocefissa alla luna più marziale. La figura umana, nell’espressività del pittore, spesso sta di spalle, molte volte mai per intero, segata da orizzonti-parapetto quasi fosse manipolata, assemblata su di un vasto piatto di portata; fatta di vapore, o consunto velluto, traspare. L’alimentazione è ibrida: favola, sogno, realtà crudista in vassoio. Al di là delle carcasse dei «Containers» (2008), sforacchiate fette di cocomero, le anime di volatili protettori. E il discorso ininterrotto, denunciante e visionario, questo dire-durare, lega l’individuo al creato in esplosione («Fall-out», 2008-2018) alla maniera d’un bersaglio. La colpa sparpaglia, torna a nascondersi di notte nelle radici delle «Metamorfosi» (2009). Piscicola, l’ultimissima produzione. Tranquilla. Un ritiro sul «Mediterraneo» (2019) a pesare lucci, totani, pomodori da conserva. Qualche chela spolpata, qualche bianco osso. •