Giordano e l’idillio
dell’adolescenza
«Un cielo elettrico»

Giordano e la «nostalgia perenne» per l’adolescenza, quel «nocciolo identitario cui restare fedeli sempre»La  «scienza» dei sentimenti di Giordano, laureato in fisica, nel nuovo libro
Giordano e la «nostalgia perenne» per l’adolescenza, quel «nocciolo identitario cui restare fedeli sempre»La «scienza» dei sentimenti di Giordano, laureato in fisica, nel nuovo libro
Alessandra Tonizzo 09.04.2019

Quattrocentotrenta morsi a «Divorare il cielo» (Einaudi 2018). Ora bisogna chiederlo, a Paolo Giordano, che sapore ha. Mentre presenta l’ultima fatica: «Oltreconfine» Festival, casa-Pisogne (alle 20.45 alla sala De Lisi), rassegna ultra-culturale firmata Stefano Malosso. «Sa di energia. Un cielo elettrico, un po’ in tempesta. Quella dispersiva e disordinata, quella propria ai vent’anni. Continuo a parlare di questo libro e lui nel mentre cambia. I suoi aspetti luminosi vincono la frizione, lo stallo, la delusione (degli attori), come avviene coi lontani ricordi». UNDICI ANNI dopo «La solitudine dei numeri primi», premio Strega 2008, lo scrittore torinese torna ad applicare la Fisica (la sua laurea, in seno alle particelle) ai sentimenti di coppia. Un duetto, con alt(r)i gradi d’intervallazione, defluisce dal mistero dell’adolescenza al disincanto dell’età adulta. Teresa, impulsiva e ostinata. Bern, occhi scuri e ravvicinati, uguali ai sentieri. Lei si leva la pelle morta della città, lui cresce il callo della campagna. Lo spessore e l’influenza dei luoghi - Torino vs Speziale - riportano a una primordialità per cui il perpendicolo del sole detiene il potere di rendere possibile, necessario, il mutamento. Dev’essere estate, dev’essere attorno a una masseria. La crescita, univoca tra comprimari, la missione evolutiva del diventare grandi traducono in uno stile darwiniano, con la programmaticità ondosa del sogno. «Perché il caos per me è sforzo - confessa Giordano -: vivo nell’ordine e nella razionalità, anche dentro la selvaticità, l’irreggimentabilità di certi temi. Esiste qui la spirale d’una fame ciclica». La Sacra Bibbia, Origene, Stirner e Fukuoka. «Divorare il cielo» conteggia riferimenti sparigliati. Costruisce così l’irripetibilità idilliaca dell’adolescenza, per la quale si prova nostalgia perenne, momento formante il nocciolo identitario cui restare fedeli sempre, pegno l’infelicità. Ebbene sgusciare mandorle e seppellire rane, assolutizzando la via della metempsicosi assieme a chitarre, falò opalini («C’è qualcosa che non ti hanno insegnato al catechismo. Noi non moriamo, Teresa, perché le anime migrano»), ha tutta la sostanza dell’esistere. «She says: hello, you fool, I love you» sono versi di una canzone anni ‘90, sono le tracce di un percorso acquatico, amniotico. «Preambolo del tradimento: trauma spesso necessario a trovare se stessi, contro fratelli, padri, amori. Lì la via d’uscita da gusci protettivi troppo stretti». Il passo giordaniano, lungo quanto la gamba. Un arto che invecchia, coccola le proprie ginocchia «molli», zoppica massime («Non si finisce mai di conoscere qualcuno. E a volte sarebbe meglio non iniziare affatto»). Arriva al limitare d’un «breve, sfortunato, assurdo, e nonostante questo insuperabile matrimonio», svolta verso il bosco. Il lecceto seminato dall’autore getta l’ombra assurda del desiderio. Come un figlio a ogni costo. «Come la tentazione di redimersi attraverso qualcun altro, utopia pesante». •