IL SACRIFICIO DI SAN CRISTO

Facciata della Chiesa: a destra, sullo zoccolo in marmo, sono visibili formelle decorative del Capitolium
Facciata della Chiesa: a destra, sullo zoccolo in marmo, sono visibili formelle decorative del Capitolium
Chiara Comensoli21.11.2020

È una lunga ed impervia scalinata quella che così significativamente conduce il fedele al cospetto della chiesa del Santissimo Corpo di Cristo. È un’esperienza, un’ascesa gravosa che imita quella che nostro Signore dovette affrontare per salire al Golgota. La facciata è là, alla fine di questa simbolica e personale Via Crucis, dalla seconda metà del ‘400 grazie all’opera dei Gesuati e alla beneficenza della famiglia Martinengo, che donò loro il terreno sufficiente per erigerla. Il suo volto severo e spigoloso è illuminato da un alto zoccolo in marmo di Botticino a blocchi, recuperati dall’antichissima e sottostante piazza del Foro, mentre incastonate in basso a destra si notano formelle ottagonali decorative attinte dal soffitto della cella centrale del Capitolium: il pregio di questi remoti luoghi pagani viene onorato ma, nello stesso tempo, inglobato dal Cristianesimo e sconfitto. I mattoni terminano in altezza la facciata, colorata all’estremità da archetti gotici in maiolica verde e gialla e da tre pinnacoli in cotto. Il rosone centrale unisce lo sfarzo del marmo bianco, simbolo della gloriosa regalità di Cristo, alla frugalità della pietra grigia di Sarnico, che identifica invece l’umiltà della comunità cristiana. Il portale d’accesso è cinto da due candelabre, «colonne vegetali» sulle quali ramificano i fiori dell’aloe: simboleggiano il sacrificio di Cristo perché nascono una sola volta nel ciclo vitale della pianta, per poi morire dopo aver fruttato. L’architrave soprastante, crepato durante la posa, reca gli stemmi delle famiglie bresciane Martinengo e Colleoni e, al centro, l’effigie di Cristo che, già dalla facciata, risulta onnipresente: anche i leoni che incorniciano il timpano soprastante richiamano la sua figura, più volte descritta nei testi biblici come «ruggente». Il loro portamento maestoso, che pare offrire protezione a chiunque varchi la soglia, delimita due affreschi: quello semicircolare rappresenta due angeli in adorazione dell’Eucarestia ed è attribuito a Paolo Caylina il Vecchio; di quello notevolmente sbiadito, per fortuna, possediamo ancora il cartone preparatorio, attribuito al Moretto e rappresentante un’Annunciazione. SE L’ESTERNO appare ai nostri occhi brullo e alle nostre gambe di difficile accesso, l’interno si mostra glorioso ad uno sguardo sensibile alla bellezza. La sua allegoria risulta chiara, specialmente per i cristiani del Medioevo: la strada per la salvezza è irta e la vita terrena può apparirci talvolta cruda e disadorna, ma il Regno dei Cieli ha l’aspetto di un sogno, di una novella Cappella Sistina, come venne giustamente poi definito questo luogo. Stratificati sulle sue solide pareti ci sono sei secoli di affreschi: sui lati dell’arco sacro posto in fondo alla chiesa sopravvivono le pitture più antiche, quelle originali quattrocentesche. Fra queste spicca la Madonna in trono con bambino fra i Santi Rocco e Cristoforo, di Paolo Caylina. Questo affresco ci è giunto nella veste evocativa di una pagina di diario che racchiude gli avvenimenti del tempo, visto che San Rocco compare qui per via dell’epidemia di peste che si abbatté su Brescia in quegli anni, mentre San Cristoforo era invocato contro i pericoli nei quali poteva imbattersi a quell’epoca qualsiasi viandante. NEL 1565 fra’ Benedetto da Marone, pittore dei Gesuati, riceve l’incarico di trasformare l’interno della chiesa: innanzitutto ricopre con volte gotiche a costoloni le travi in legno del soffitto, rendendole affrescabili, poi, seguendo l’esempio di Michelangelo, posiziona un apostolo in ogni losanga formata dalla volta. QUESTA SFILATA di figure accompagna la vista fino al colossale Giudizio Universale alla sommità dell’arco trionfale. Ad esso sembra guardino anche gli affreschi delle pareti laterali che illustrano, come le immagini in successione su un rullino non ancora sviluppato, le vite e i martirii di alcuni santi: tali fregi narrativi sembrano anelare alla beatitudine che, letteralmente più avanti, li aspetta nel Giudizio. Sotto di loro, finte architetture segnalano le immaginarie tappe di una Via Crucis, più bassa e quindi più a portata di mano del fedele: anche lui può idealmente camminare verso l’arco trionfale, purificandosi prima del solenne squillo di trombe. La parete di destra era pensata dal frate di Marone speculare a quella di sinistra, se non fosse che, nel ‘600, Pietro Maria Bagnadore volle aprire su questo lato tre grandi cappelle piene di sue pitture. Ultime a modificare l’assetto della chiesa furono le mani novecentesche di Vittorio Trainini che sistemarono gli affreschi ammuffiti del presbiterio, interrato di circa tre metri per la pendenza del Cidneo. Più in fondo, l’abside è dotata di una volta a ombrello tardo-gotica che racconta le tappe che precedono e seguono la Crocifissione di Cristo, riproponendo così per la terza volta il percorso della Passione: sopra la vela che raffigura quest’evento centrale, che il fedele può vedere subito dopo aver varcato il portale d’ingresso, troneggia il Padre Eterno nell’atto di allargare le braccia. Questa figura, fissata per sempre sui muri della chiesa dei Saveriani, è solo la conclusione di un percorso interamente dedicato al Messia, degna conclusione del ciclo di affreschi di un luogo che presenta le grandiose sembianze di un’autobiografia completa del Creatore. •