Il rasoio ferisce.
L’anima inquieta

Solitude è lo pseudonimo che Agata si è scelta per raccontarsiGianbattista Uberti:  nei suoi scatti un disagio profondo e doloroso
Solitude è lo pseudonimo che Agata si è scelta per raccontarsiGianbattista Uberti: nei suoi scatti un disagio profondo e doloroso
Elia Zupelli13.01.2021

«Mangiando Luminal eccediamo attenuando il violento eccediamo». Destini incrociati, frammenti di vita e rabbia e sangue letteralmente, indelebilmente scolpiti sul corpo trafitto, mai così specchio dell’anima e delle sue zone d’ombra. A un certo punto del suo percorso autoriale, il fotografo bresciano Gianbattista Uberti incontra Agata, che preferisce farsi chiamare «Solitude», e le sue mappe corporee autoinflitte nel corso degli anni adolescenziali, incise sull’epidermide con l’ausilio di lamette o provocate da bruciature di sigaretta: non un solo lembo di pelle, a parte il volto, è rimasto indenne dai tagli, nulla di originario della trama cutanea ha evitato metamorfosi. «DOCUMENTARE l’autolesionismo e per estensione portare alla luce questa problematica» è diventato il moto volitivo che gli ha fatto superare il naturale disagio di fronte a un corpo cosi diversamente segnato, una nudità stratificata rispetto alla quale si è interrogato: «Chissà se Agata abbia mai pensato di tornare indietro, se si sia mai pentita». Le manifestazioni di questo viaggio interiore albergano in chiaroscuro fra le pagine di «Solitude», libro curato da Loredana De Pace e concepito come «il disvelamento di un’anima turbata e inquieta... un dramma adolescenziale silenzioso e assordante, che richiede coraggio per poter essere raccontato». Affascinato dalla fotografia ritrattistica e dalle luci radenti, per raccontare la storia di Solitude, Uberti (1956) si è servito di un doppio canale linguistico: il fuori fuoco, utilizzato fino all’estremo dell’incomprensibilità del soggetto, che gli ha consentito di traslare nell’immagine il concetto di indefinitezza come equivalente della irriconoscibilità dell’epidermide stessa; nel secondo «codice» ha invece mantenuto una corretta messa a fuoco, soffermandosi sui dettagli del corpo, enucleando alcune zone e i rispettivi segni. Su questi segni, in alcuni casi, ne ha sovrapposti altri: quelli di tatuaggi realizzati in seguito ai tagli, un ulteriore strato che si aggiunge, copre, nasconde, trasforma. «L’AUTOLESIONISMO è un comportamento di attacco intenzionale al proprio corpo, un problema che coinvolge un numero sempre più elevato di adolescenti, soprattutto femmine - riflette Uberti - Ciò che spinge a farsi del male è spesso la ricerca di un sollievo dalla propria sofferenza interiore: perché il dolore fisico è più sopportabile di quello emotivo. Alle volte ci si fa del male per punirsi, perché ci si sente sbagliati, inadeguati. Altre volte per avere il controllo del proprio corpo, soprattutto quando sembra di non avere più il controllo della propria vita. Tagliarsi diventa allora un modo per rendere visibile il proprio disagio, a se stessi e agli altri. Agata, una ragazza oggi venticinquenne, ha iniziato a tagliarsi il corpo all’età di 14 anni. Lo faceva tra le mura di casa, nascondendosi dalla famiglia e dagli amici, lacerandosi con lame di rasoio. La motivazione che la spingeva a farlo è che vedeva il proprio corpo come una gabbia, come una prigione da cui evadere. Ed è così che è divenuta Solitude». L’autore l’ha intervistata per avventurarsi nel suo universo interiore, e le risposte si possono ascoltare scansionando il QR code all’inizio del libro, completato da un testo tematico della dottoressa Ilaria Riviera, psicologa e psicoterapeuta comportamentale (www.gianbattistaubertiphoto.it). A deflagrare, poi, è l’intensità delle immagini: «Ho deciso di far rivivere a Solitude i ricordi di quel periodo, di ripercorrere gli istanti in cui si sentiva prigioniera di sé stessa, del suo corpo. Negli scatti ho immortalato come una danza il disagio che provava dentro alla sua pelle». • © RIPRODUZIONE RISERVATA