«Profeta in patria
con l’arte: non c’è
miglior medicina»

Luca Bray: classe ’71, ha esposto alla Biennale di Venezia. La sua mostra «Un sonno» è a Cremona
Luca Bray: classe ’71, ha esposto alla Biennale di Venezia. La sua mostra «Un sonno» è a Cremona
09.12.2018

Corsi e ricorsi, certo. Ma sono flussi, soprattutto, quelli che portano Luca Bray a girare il mondo per poi tornare a casa con la valigia più leggera, felice e fiero di un bagaglio d’artista che non ha confini: se c’erano, li ha sommersi col colore dei suoi dipinti. Una pittura che esplora spazi illimiti a somiglianza del suo autore, che ha una storia incredibile da raccontare e quella storia trasmette in ogni opera, rendendola viva e scalciante come un film di Almodovar. I natali a Orzinuovi, la casa a Soncino, gli studi a Milano, la carriera sbocciata fra Messico e Giappone, Stati Uniti, Australia e Cina. Il rientro in Italia per ragioni di salute vissuto come un’opportunità. Un’avventura che racconta per la prima volta oggi, aprendo le porte del suo studio-laboratorio a Crema mentre poco distante, a Cremona, miete consensi la mostra ospitata dalla galleria Il Triangolo, intitolata «Un sonno».

Le costruzioni razionali si diluiscono in una dimensione onirica: «Un sonno» o un sogno?

Sinceramente, sognavo di essere profeta in patria. È la prima volta, dopo aver girato tanto. Finalmente!

Come mai finora ha fatto arte all’estero anziché in Italia?

È iniziato tutto con un anno sabbatico, finiti gli studi. Passo dopo passo, mi sono sempre trovato al posto giusto al momento giusto.

Le sue origini sono bresciane.

Mia mamma Mariarosa è di Borgo San Giacomo, mio papà Pantaleo era leccese. Lei maestra elementare, lui brigadiere. Mio padre era paracadutista e per questo è andato a Pisa, poi si è spostato con la famiglia a Crema. Ho due sorelle, Monica e Paola.

Quand’ero bambino cosa voleva diventare da grande?

Volevo essere ballerino. Meno male che non l’ho fatto: ho la sclerosi multipla da 18 anni. Sono tornato qui 4 anni fa per la possibilità di fare nuove cure. Sto bene, comunque, perché non ho mai ascoltato nessuno. I medici dicano quello che vogliono, ma la miglior medicina è la mente. L’arte. Finché riesco, faccio tutto quello che mi va.

Da ragazzo è passato dal liceo artistico Bembo all’Accademia di Belle Arti di Brera: uscito con il massimo dei voti, ha subito cominciato a esporre fra Brescia e Milano. Poi?

Ho lavorato in discoteca: guardarobiere, poi tecnico luci. Volevo andare in Brasile in autobus, ho pensato alla Spagna ma c’era il boom di Ryanair: mia mamma sarebbe venuta a trovarmi ogni settimana… Decisi per Città del Messico. Ci sono rimasto 8 mesi. Uno dei momenti più belli della mia vita è stato quando sono sceso dall’aereo, in quel posto da 28 milioni di abitanti, e mi son chiesto «adesso dove vado?». Rispondendomi «ok, è quello che hai scelto: fa’ quello che vuoi». Avevo 21 anni.

Cosa ha fatto?

Sapevo un po’ di spagnolo e mi sono accostato al mondo dell’arte. Un artista mi ha fatto conoscere un gallerista. Ho dipinto i primi quadri nella doccia, non avendo altro spazio. Era il 1993. «È presto, devi fare un percorso», mi dicevano. Ma ero entrato in un gruppo di artisti molto importante. Una fortuna.

Dopo 8 mesi?

Dovevo fare il servizio civile a Brescia. Sono tornato.

L’impatto?

Piangevo tutte le mattine. Non volevo essere destinato alla Croce Rossa: sono stato assegnato lì. Mia mamma voleva aprire una pizzeria, ho preferito un ristorante messicano: il Cicero, a Soncino, di fronte al River. Gli ho dato il nome del locale gestito da una prostituta e da un prete che mi aveva regalato la festa d’addio a Città del Messico, prima che tornassi in Italia. Il Cicero a Soncino ha ingranato subito. E c’è ancora.

Eppure ha preferito ripartire.

Finito il servizio civile alle 5 di pomeriggio, 3 ore dopo ero già sull’aereo. La mia vita è un lungo viaggio: quante tappe... Sono stato a Barcellona, era invasa dagli italiani e sono scappato a New York a studiare inglese al Rockfeller Center. Lì una ragazza giapponese guardandomi le mani mi ha chiesto se dipingessi. È venuta a trovarmi in studio con 13 connazionali, che hanno apprezzato.

Così ha iniziato a collezionare premi.

Beh, sì. Ho saputo di un bando dell’università di Tokyo: ho partecipato, mi hanno preso e sono andato a vivere per un anno in Giappone. Tornato in Messico, mi sono iscritto a un concorso della Swatch e ho vinto anche quello. Sono andato a vivere a Shanghai, ne ho vinto un altro e sono andato a Sydney. Nel 2015 ha preso parte alla Biennale di Venezia.

Come definirebbe la sua arte? Il critico Claudio Cerritelli individua «l’aspetto fondante» nel «grado di destabilizzazione che riesce a provocare».

Io dipingo a terra, con le mani: devo sentire i colori. Divento un direttore d’orchestra, mi sento un re anche senza corona. È una questione fisica, devo sentire. La mia arte non è concettuale: le opere sono storie, fluiscono così. Nascono da una lotta fra l’olio e l’acrilico, io li separo e la storia si crea così. In questa lotta mi sento meno solo. Così anche quando rappresento i miei 12 apostoli dormienti: li immagino con i loro materassi, testimoni inerti delle tragedie di ogni giorno nel mondo. Fra i miei apostoli c’è posto anche per Giuda. Un materasso anche per lui.

Ogni mestiere ha un odore. La sua arte profuma di?

Colori, acqua ragia. Ripenso alla benzina che scovavo nelle pozzanghere da bambino. L’olio delle macchine si allargava sul pavimento del distributore, lottava con l’acqua. Amo usare la magìa del caos. Meglio, della casualità.

Nel suo laboratorio c’è tanto blu.

Niente di prestabilito. Ho tante idee da mettere in pratica. Avrei bisogno di un capannone, per creare mi serve spazio. A Città del Messico ci sono persone ricche con case enormi e lì nessuno dipingeva in grande: è stato facile trovare lavoro.

Il suo pittore preferito?

Gastone Novelli. Ma non mi sono mai ispirato a nessuno. È la vita la scintilla, l’ispirazione. Se stessi sempre qua in studio non riuscirei a dipingere. Viaggio tanto, se devo fare una mostra all’estero vado sul posto e la preparo lì. L’ultima volta nelle Filippine: non mi sono fermato a Manila perché mi ricordava la parte brutta di Città del Messico, ho affittato un appartamento in Cambogia.

Adesso una grande personale in una galleria in Italia.

Ho voluto provare materiali mai sperimentati. Prima a Puebla mi hanno offerto di dipingere una ceramica giapponese lavorata in Messico. Piastrelle, Raku: ho fatto 800 pezzi in 20 giorni, mi sono divertito. C’era l’opportunità di una mostra su acciaio a Cremona e l’ho colta al volo. Resterà aperta fino al 20 gennaio. Poi tornerò a cimentarmi con la ceramica cotta.

L’opera di cui va più orgoglioso?

L’ho realizzata quest’anno. Un dipinto con la scritta «Non mi tradisce mai». Rappresenta l’ombra, che è un po’ il nostro angelo custode. Non ci abbandona mai.

Se non fosse pittore?

Il giorno in cui la malattia mi impedisse di dipingere, farei il tassista. A Manhattan, senza farmi pagare. Perché amo la gente. Tu mi spieghi dove vuoi andare e io ti porto là. Un po’ come con l’arte: nelle mie opere ognuno può ritrovare la propria storia.