«Merini, Mozzoni, Majorana...
L’arte è poesia e verità»

Franco Rinaldi, pittore di 64 anni, nel suo atelier di Bagnolo Mella: sue opere sono state esposte al Moma di New York
Franco Rinaldi, pittore di 64 anni, nel suo atelier di Bagnolo Mella: sue opere sono state esposte al Moma di New York
16.12.2018

Per l’arte, è nato e vive. Nell’arte, s’ingegna e cimenta. Ogni giorno come se fosse il primo, con l’entusiasmo - di più, l’urgenza - di chi ha appena cominciato, e ancora tutto da dimostrare. Eppure Franco Rinaldi ha già fatto tanto. Collezionato mostre, consensi e riconoscimenti nel mondo. Esposto in Kuwait come al Moma di New York. Nato a Bagnolo Mella («allora c’era l’ospedale») il 17 ottobre 1954, è cresciuto puntando lo sguardo verso l’alto. Non per ambizione: in cerca d’ispirazione. «Il mio incontro con l’arte - ricorda - è avvenuto guardando la parrocchia del mio paese. Non ha grandi motivi d’attrazione, ma mi stupiva cogliere la possibilità di realizzare prospettive. Una scoperta che mi è rimasta dentro.

Come disegnava quand’era bambino?
Quando ero un alunno delle scuole medie, il professore di disegno ogni tanto selezionava i miei tentativi. Era un professore giovane, Riccardo Pezzoli. Poi abbiamo esposto insieme.

E dev’essere stata una bella soddisfazione.
Lo ringrazio, così come sono grato ai maestri bresciani che ho avuto la fortuna di conoscere. Tita Mozzoni mi ha insegnato molto più dei corsi serali che facevo al Foppa. Mi diceva «devi imparare come si fanno le cose, non guardare come faccio io». Il suo messaggio era forte e chiaro: «Fa’ quello che ti senti, altrimenti scivoli nel mercato». Gli ho dato retta. L’apertura mentale di Mozzoni era straordinaria: lui, figurativo non lezioso, mi ha fatto conoscere i capolavori di Lucio Fontana.

Incontri da mandare agli archivi?
Dopo Mozzoni, a Milano sono entrato in contatto con Alda Merini per una serie di mostre.

Una sua xilografia era nella copertina del libro di Alda Merini «La Vita Facile». Ma nella giungla milanese non si è addentrato a lungo: il suo studio è a Bagnolo, vera casa d’artista.
Chi mi vuole può trovarmi qui. Non frequento ambienti, non alzo il telefono, lascio che le cose facciano il loro corso. E penso all’arte. Ho fatto anche altri lavori in gioventù, ma non c’è stato giorno senza cavalletto. Per poesia, non per business.

Ma se anziché Rinaldi si chiamasse Rinaldovic?
Sarebbe tutto più agevole.

Esterofilia.
Una volta mi dicono «Andiamo a vedere un artista americano». Vedo i suoi lavori, parlo con lui. Era il nulla. Eppure il gallerista era entusiasta a prescindere: «Un nome internazionale»...

Olio e acquerello, china e canapa, garza e giornali: le sue opere nascono così. Quali preferisce?
Sono tutte come figli. L’opera migliore è senz’altro la prossima. Quella che devo ancora fare. Io scrivo con i miei lavori il diario della mia vita. Non considero l’arte come decorazione, ma l’espressione di un momento storico. L’individuo si specchia nella società e devi conoscerti bene per poter cambiare il mondo. Per provarci, prima devi cambiare te stesso.

Come si definirebbe?
I miei cugini sono i surrealisti, ma non sono surrealista. Non so dire chi siano i miei padri.

Concettuale, sentimentale. Atipico.
Un archetipo. Sento affini la poesia, la letteratura. Il mondo delle anime, dei sogni, dell’inconscio. Io non gioco con l’arte, semmai mi metto in gioco.

L’arte è...
Una lama a doppio taglio. Ma non potrei mai farne a meno.

Lei era amico del gallerista Paolo Majorana.
Sì. Avevo lavorato con il padre Gianfranco, per le prime mostre. Quando Paolo decise di aprire una sua galleria, della scuderia trascinò me. Erano i primi anni ’90. Quando la rivista Millionaire intervistò Leo Castelli e Paolo Majorana come galleristi giovani emergenti, Paolo fu fotografato davanti a un mio quadro. La sua morte mi ha segnato.

Oggi c’è un artista che le piace particolarmente?
Francesco Vezzoli è intelligente. Bravo. Ma ha dovuto lasciare Brescia per spiccare il volo.

Com’è la situazione bresciana? In estate su queste colonne Piero Cavellini ha aperto un dibattito definendo la città «povera di spirito, priva di momenti di confronto, portata al concetto di accumulo».
Un tempo Andy Warhol veniva a Brescia per fare un ritratto a Guglielmo Achille Cavellini e in cambio si faceva dare un’opera, perché quella di Gac era fra le collezioni più importanti d’Europa. La cultura a Brescia sta vivendo una situazione strana. Questa città non è mai stata in grado di promuovere artisti locali, nonostante i fiumi di denaro che scorrevano nei periodi d’oro. Quello che manca, ed è sempre mancato, è la valorizzazione del territorio. Nell’arte, si fa esponendo vicino a un capolavoro di Picasso l’opera di un artista locale. Se sei alla periferia dell’impero, le probabilità di avere successo si dimezzano. Io stesso ho scoperto la qualità di Matteo Pedrali, degna dei grandi del Novecento, dopo la sua morte. Il suo successo è stato postumo. A livello nazionale era praticamente sconosciuto. I giovani bresciani oggi avrebbero bisogno di opportunità che non hanno. Di un vero museo di arte moderna. Di uno spazio adatto, e non capisco perché dopo la partenza di Marco Goldin non siano stati sfruttati a dovere Piccolo e Grande Miglio.

Lei è un pittore che sa collaborare con i fotografi.
Mica facile, ci ho sempre litigato... E li ho sempre considerati artisti, prim’ancora che si considerassero tali loro stessi. Il fatto è che il fotografo ha sempre l’idea dello scatto, dell’attimo da cogliere: io penso all’evoluzione di un processo, ad una costruzione che vada oltre. Ho collaborato volentieri con Gerardo Losi, un amico, purtroppo scomparso quest’anno. Siamo sempre stati amici.

Quando non dipinge cosa fa?
Sto leggendo di Marco Aurelio, imperatore filosofo. Amo andare a camminare, con mia moglie Marisa. Ma penso all’arte anche lì, davanti allo spettacolo della natura. Noi artisti non possiamo essere frivoli, dobbiamo restituire la verità. Far capire le epoche a chi verrà dopo. Io penso all’oggi, non a cosa funziona oggi. Se la società è confusa, o aggressiva, le mie opere lo rispecchiano.

Famosi sono gli occhi che caratterizzano tante sue opere.
Abbiamo bisogno di occhi per guardarci dentro. Li disegno con le mani, che trasmettono l’anima.

Quanto c’è di meditato e quanto di istintivo?
Spesso parti con un’idea, poi ti cade una macchia di colore e ripensi il tuo lavoro, magari lasciando quella macchia e costruendoci intorno qualcosa di diverso dal piano iniziale. Il caso esiste e bisogna accettarlo, non si può avere il controllo su tutto. Basta una luce diversa e l’opera è già diversa.

Finito il ciclo dedicato alla natura, cosa farà?
Creo tanto e il problema è sempre lo spazio. Sono venuti a trovarmi negli anni collezionisti prestigiosi, personaggi importanti, onorevoli... Ma ragiono a modo mio: vorrei donare opere a spazi pubblici. Sono disponibile: l’arte deve poter respirare.