«La nostra musica
ha una regola sola:
è l’autenticità»

Crowsroads: i fratelli Corvaglia nell’ultimo album «On the ropes» ospitano Sarah Jane Morris, Frankie Chavez e Jono Manson
Crowsroads: i fratelli Corvaglia nell’ultimo album «On the ropes» ospitano Sarah Jane Morris, Frankie Chavez e Jono Manson
30.06.2019

Il sole già alto, il fiume che scorre. Le discese ardite e le risalite: hanno un ritmo incalzante, il suono della terra, il profumo di un sogno. God bless America, ma anche Brescia se sa dare frutti come i Crowsroads. Chitarra, armonica, voci. Folk nell’anima, blues nello spirito: questione di Dna per i fratelli Matteo e Andrea Corvaglia da San Polo, rispettivamente classe ’94 e ’98, figli d’arte (il padre Luigi è clarinettista, la madre Stefania pianista) fieri di alzare il volume all’incrocio esatto fra tradizione e contemporaneità. Non una missione impossibile, visto che le radici nella musica non sono mai state tanto sotto i riflettori, ammirate e alla moda. Attualità pura, anzi un ritorno al futuro che sorprende se si ripensa alla percezione che si poteva avere del Duemila incombente una ventina d’anni fa. Tutti a immaginare sintetizzatori al potere, computer e amenità tecnologiche assortite. Poi accendi la radio e ascolti i Mumford & Sons. Nel 2019. «Evidentemente non solo noi siamo cresciuti con la musica che avevamo a casa perché la sentivano i nostri genitori», sorridono i Crowsroads, che venerdì hanno suonato al Parco Castelli per Remember Woodstock esprimendo dal vivo il gusto vintage ben fotografato dai loro dischi, in particolare dal recente «On the ropes».

Oggi il vintage è in realtà al passo con i tempi. Si torna ai ’70, ai dischi di padri e madri: cosa si sentiva a casa Corvaglia?

Una raccolta di Elton John. Una scoperta, l’inizio di tutto. Quei dischi sono invecchiati benissimo. Suonano più moderni di quelli degli anni ’80, ma anche di tante cose odierne.

L’avanguardia oggi è il folk?

Non è importante cercare l’effetto novità in sé, ma la mentalità fresca con cui si può reinventare. È vero che viviamo tempi dall’omologazione musicale facile, ma tutto si trasforma e c’è sempre spazio per qualunque cosa. È possibile sperimentare anche riprendendo generi che sembravano sorpassati. Generi che riemergono.

I vostri riferimenti?

The Band, Creedence Clearwater Revival. Cat Stevens, Bob Dylan, Bruce Springsteen. Jimi Hendrix sembra ancora fantascienza, i Blues Brothers sono una folgorazione. E poi Wilco, Dave Matthews, Red Hot Chili Peppers. Bon Iver, Hozier, War on Drugs come Dalla e De André, Graziani e Bennato. Non ci limitiamo al folk rock, ascoltiamo di tutto, senza badare troppo alle epoche.

Siete distanti anni luce dall’it-pop in cui tanti ventenni si riconoscono.

Non è un fenomeno che conosciamo benissimo. Ogni tanto c’è qualcosa di interessante, ma quando diventa una formula smette di esserlo. L’autenticità è determinante. Quando fiutano che qualcosa funziona e provano a riprodurlo in serie, poi non funziona più.

Avete sfiorato l’arena di X Factor, siete stati ospiti del Club Tenco. Dimensioni diverse, ma la vostra identità è rimasta quella.

Il senso di quello che facciamo: non sfociare nelle nostalgie, sperimentare una musica che piaccia anche perché rimane ancorata nel presente.

Primo strumento percepito?

L’armonica. Ce n’era una già in casa, ma alla fiera di San Rocco, in Salento, nel 2008 è spuntata quella che ha fatto la differenza perché è diventata una compagna quotidiana di viaggio.

La pizzica, il blues, i primi accordi da autodidatti e tutto di corsa: nel 2012 il primo ep «Some sky inside my pocket», nel 2013 la vittoria del «Deskomusic», nel 2015 il singolo «Athens» e la partecipazione al film «Rosso mille miglia» con «Pirate flag», nel 2016 la compilation «65 Sanremo» (con una versione di «Sentimento» degli Avion Travel) e il primo album «Reels», la vittoria del concorso «L’artista che non c’era» e il premio «Muovi la musica», negli ultimi anni il Buscadero Day e le compilation di Pistoia Blues, infine «On the ropes».

Tutto d’un fiato, sì, ma abbiamo preso coscienza gradualmente di essere musicisti. Importante il modo in cui ci hanno ascoltato e aiutato Antonio Giovanni Lancini e Paolo Salvarani. Produttori e amici. Con il loro supporto registrare dischi e fare concerti è stato naturale. Pian piano ci siamo sempre più allontanati dalle cover per lasciare libero sfogo alla nostra vena creativa. L’ultimo album è più strutturato, sono tutti brani nostri.

Crowsroads: giocate col cognome che portate (Corvaglia, quindi corvi, quindi crows) e gli incroci (crossroads) che avete deciso di affrontare. Come si traduce questo concetto quando vi mettete a scrivere un pezzo?

Non c’è uno schema, ecco come. Si parte da un’idea embrionale. uno dei due ha degli accordi che sviluppiamo insieme. La musica è il presupposto, poi arriva il testo. Se uno ha già una melodia con gli accordi, si aggiunge il riff, altrimenti viceversa. Magari nasce un’idea all’armonica e intorno a quella costruiamo il brano.

Voi, i Magliolo, i Poddighe, i Giuradei: essere fratelli aiuta?

Contribuisce all’uniformità del sound. In casa abbiamo provato parecchio insieme, il che aiuta la complicità. Ci capiamo al volo.

Il concerto più bello?

È sempre l’ultimo. E lo diventerà il prossimo. Improvvisiamo tanto perché abbiamo lavorato tanto prima, quindi possiamo permettercelo e divertirci.

Matteo che si laurea in lettere il mese prossimo, Andrea che studia scenografia all’accademia delle belle arti. Poi cosa farete? Pensate anche voi come tanti coetanei di cercare all’estero il mercato che in Italia non c’è?

Noi vogliamo suonare oltreconfine, fare concerti. Ma preferiamo provare a cambiare le cose qui. Poi, l’insegnamento può essere un piano B ma suonare è la priorità. E crediamo nel concetto di disco, per questo l’abbiamo pubblicato prima di far uscire i singoli: il prossimo, «Foxes», sarà in luglio. Non crediamo nel tormentone. Siamo più sulla linea di Jury Magliolo.

Che è uscito da X Factor e anziché giocare al teen-idol ha scelto un percorso che l’ha portato a un disco splendido come «Emerald lullabies».

Sì: così si crea un pubblico fedele, resistente. Sa chi sei, si fida, non ti ascolta per un brano solo.

Cosa farete fra 10 anni?

Suoneremo! In posti qualche volta anche lontani, speriamo belli.

Nel frattempo, se volete rilassarvi?

Leggiamo. Fumetti e graphic novel, romanzi e racconti. Sempre ascoltando musica.