«Io come Indiana
Jones? Potevo
fare l’avvocato...»

Giuseppe Orefici, 72 anni, archeologo bresciano di fama mondiale. Dal 1982 coordina gli scavi a Cahuachi, vicino a Nazca, in Perù
Giuseppe Orefici, 72 anni, archeologo bresciano di fama mondiale. Dal 1982 coordina gli scavi a Cahuachi, vicino a Nazca, in Perù
13.01.2019

Lo chiamano Jusepe. El arqueólogo italiano. È bresciano e sta in Perù. Se fosse in vacanza, sarebbe la più lunga di tutti i tempi. Invece è un lavoro, anzi di più: una missione per la conoscenza. Alla scoperta di ciò che è stato e va ritrovato, restituito all’umanità. Giuseppe Orefici, archeologo bresciano, 72 anni, da quasi 37 dirige gli scavi nel santuario della valle del Nazca. Scavando ha scoperto un Tempio Sud accanto al Grande Tempio. Scavando scolpisce la storia di Cahuachi, centro cerimoniale preInca unico al mondo sorto dove, fra il 400 a.C. e il 400 d.C., maturarono i frutti di una civiltà che merita di essere studiata. Studioso lo è, eccome, Orefici. Scrittore, conferenziere, già docente alla Sorbona, direttore del Cisrap (Centro italiano Studi e Ricerche Archeologiche Precolombiane). Nome di caratura internazionale in un ambito che richiede preparazione, dedizione e spirito d’avventura.

Professore, se le dico Indiana Jones?

Rispondo che quando ho cominciato io, non era ancora stato inventato...

I suoi orizzonti sono sudamericani, da tempo gravita lontano dall’Italia e da Brescia, per lavoro gira il mondo, fermarsi non è un’opzione: da ragazzo sognava tutto questo?

Non potevo immaginare niente del genere. Pensavo di fare il lavoro di papà, che era avvocato. La mia è una famiglia di avvocati.

Lei no.

Potevo diventarlo, avvocato, ma ho cambiato idea strada facendo. Ho preso la prima laurea in architettura, mi sono sempre interessato al restauro, per questo il passo è stato breve. Una scintilla scoccata negli anni ’70, finiti gli studi.

Dove ha studiato?

Ho fatto il liceo classico, prima all’Arnaldo, poi a Milano, quindi a Venezia dove mi sono iscritto ad architettura. Ma erano anni tosti, nel ’64/65 era uno sciopero via l’altro: per completare gli studi sono dovuto tornare a Milano. Mi sono specializzato nella grande archeologia americana dopo essermi cimentato al Centro Camuno di Studi Preistorici.

Chi è stato il suo maestro?

Emmanuel Anati: un grande maestro anche di filosofia di vita. Forte dei suoi insegnamenti, nell’80 con il Centro ho partecipato alla prima missione italoalgerina. Ma già nei ’70 lavoravo in America latina.

Dove lavora ancora. Non solo in Perù.

Ho curato progetti anche in Chiapas, sull’Isola di Pasqua, in Cile. Sono alle prese con il più grande centro cerimoniale della Bolivia da 11 anni ormai. L’altro giorno stavo valutando la possibilità di firmare un finanziamento per il prossimo anno con l’apporto del Cnr, dell’università di Bologna.

Seguire le tracce degli antichi: una missione eccezionale, l’impresa di una vita. Consiglierebbe a un giovane d’oggi di seguire le sue orme? 

Le soddisfazioni sono enormi, ma non lo consiglierei mai! Il mio non è un lavoro possibile nel futuro prossimo. Un giovane archeologo oggi può lavorare con lo Stato, in un museo, o portare avanti una carriera universitaria. Più facile per un giovane peruviano; a lui sì, lo consiglierei, perché qui in Perù può trovare facilmente lavoro, pure molto ben pagato. In Europa meno. In Italia per niente.

Come sono le sue giornate?

Opero in un centro studi di quasi 4mila metri quadri, con una sala conferenze per 150 persone, laboratori, dipendenti, tante persone che s’impegnano tutti i giorni. Non è facile tenere in piedi qualcosa del genere e per questo motivo devo dire grazie per il sostegno ad amici come Giorgio Antonini, finanziere svizzero che mi ha aiutato per la costruzione del museo più grande della regione. Brescia non mi manca: torno spesso, sono sempre in movimento. Quando parto dal Perù torno a casa dopo 36 ore, ceno e alle 7 del mattino sono in studio. Poi altro aereo, di nuovo a Nazca e riprendo. Quando scrivo preferisco Brescia; posso concentrarmi meglio, non devo continuamente rispondere a persone che mi interpellano su questioni riguardanti il Centro.

Nel 2011 ha ottenuto il Premio Brescianità.

Un riconoscimento che mi ha fatto molto piacere. Io mi sento molto bresciano, oltre che italiano. Amo Brescia. Mia figlia Sara mi ha appena mandato la fotografia di un tramonto spettacolare dal Castello… La mia famiglia è bresciana dal ‘700 e Brescia mi ha generato, ma Nazca è come un figlio prediletto. In Perù ho preso 3 lauree Honoris Causa. Mi sento anche peruviano.

Quando riprenderanno gli scavi a Cahuachi?

Speravo in aprile, ma bisognerà attendere giugno: un problema di burocrazia.

In Perù come in Italia?

Sì. Nel 2018 il Ministero degli Esteri italiano ha dato una grossa mano, con l’Ambasciata abbiamo portato avanti la nostra missione grazie al contributo del fondo italoperuviano, ma la sua chiusura era prevista con la fine dell’anno: i fondi rimasti andranno in Ecuador, per un progetto di cooperazione.

Quali lavori ha in mente?

Non solo scavi: il restauro deve essere accompagnato dalla valorizzazione del sito con il consolidamento delle strutture. Un’opera avviata nel 2002, dopo vent’anni di scavi. Il sito è stato aperto al turismo, giustamente.

Quanti visitatori arrivano?

In media, 70-80 al giorno. Peccato per la strada dissestata, anche in questo caso si tratta di problemi burocratici locali da risolvere. Per il 2020 saranno completate le ultime 2 facciate del tempio, ad Est, una novantina di metri lineari l’una, con 4 diverse terrazze in parte già scavate. Lavoriamo al 2 per cento di 24 chilometri quadrati di templi e piramidi. Una parte minima ma significativa. Già adesso è notevole quello che un turista può vedere.

Nella terra delle Linee di Nasca, geoglifi misteriosi per cui il Perù è famoso nel mondo.

E lo Stato peruviano è consapevole delle potenzialità di questo patrimonio. Sarà sua, poi, la decisione di proseguire o meno: il mio progetto di consolidamento e restauro prevede altri due anni di lavoro, poi eventualmente toccherà ad altri. Serviranno investimenti.

Intanto, perlomeno, non deve più pagare di tasca sua il guardiano del sito archeologico.

Nel 2017, non avendo contributi, ho anche finanziato la missione grazie alla vendita della mia immagine ad una compagnia televisiva francese, One Planet. France Cinque per il 24 gennaio ha programmato il lancio mondiale di un documentario di 90’. Il finanziamento è arrivato così. Ora vediamo se sarà il caso di firmare un contratto con Discovery Channel, altrimenti valuteremo l’interessamento di industrie locali.

Il suo sogno?

Continuare questo lavoro. Qui convivono archeologi e operai, professionisti specialisti nel loro campo. Gli scavi, le conferenze, le proiezioni dei filmati, gli incontri e le riunioni: operiamo insieme, c’è un’idea di comunità, tutti partecipano al nuovo modo di concepire l’archeologia che ho varato due anni fa e che prevede una missione di 120 persone. Una squadra in cui coinvolgere anche gli studenti. Tutti devono partecipare alla costruzione di questo progetto sociale.