«Da Salò a Venezia col cinema
realizzo tutti i miei sogni»

Stefano Cipani: con «Mio fratello rincorre i dinosauri» si è fatto largo all’edizione numero 76 del Festival del Cinema di Venezia
Stefano Cipani: con «Mio fratello rincorre i dinosauri» si è fatto largo all’edizione numero 76 del Festival del Cinema di Venezia
22.09.2019

Sono pronto e tocca a me/ L’aria fresca soffierà. «Settembre», cantava Alberto Fortis, cristallizzando il suo momento magico. Mese di vendemmie e scuole, di ultime vacanze e nuovi sogni. «Sognare sognavo anch’io... Ma non così», sorride Stefano Cipani. Classe 1986, salodiano. Regista italiano del momento. Settembre uguale successo: un trionfo iniziato al Festival di Venezia e proseguito al botteghino grazie a un film, «Mio fratello rincorre i dinosauri», che ha messo d’accordo critica e pubblico. Non capita spesso. «Sono felice, per una volta i numeri si accompagnano alle sensazioni e qui è tutto positivo», osserva Cipani.


È il mese più importante della sua vita?
Grande periodo. A volte quando meno te lo aspetti esplode una bomba e l’effetto può essere bello, piacevole. Una gratificazione vera.


Su più livelli.
Sono contento che il film sia piaciuto alla gente, agli addetti ai lavori e innanzitutto alla famiglia Mazzariol.


Una storia universale di accettazione, di cosa possa significare essere speciali, di come si possa amare una diversità.
La famiglia Mazzariol è stata il primo spettatore. Lo ha visto 10 volte, ha continuato a comprare i biglietti, a spargere la voce. Sono loro, i Mazzariol, i primi fan.


Di certo non gli ultimi: i premi non sono mancati, i riscontri sono eccezionali.
Al 5 settembre il film ha incassato nei cinema un milione e 300 mila euro, con 100 mila spettatori. Nella mia immaginazione desideravo qualcosa del genere, poi c’è il confronto con la realtà: in questo caso, perfino oltre le aspettative.


Ha assistito a qualche proiezione? Magari anche di nascosto?
Di nascosto non ho mai provato.


Lo hanno fatto tanti grandi registi, per rendersi conto di cosa funzionava e cosa no.
Giusto. Io ho partecipato comunque e diverse proiezioni e ciò che ho colto sono vibrazioni positive, incoraggianti.


Il Festival le ha portato il «Sorriso Diverso Venezia 2019» come premio al miglior film italiano nel valorizzare «i temi sociali ed umani». Venezia: il trampolino di lancio che sperava?
Sì: occasione super, visibilità super. La Eagle, che si occupa della distribuzione, ha creduto nel film, cominciando con 280 copie. Nel secondo weekend ha aumentato fino a 350. Tutto molto bene, direi.


Il segreto?
Alla base di tutto c’è il racconto di Giacomo Mazzariol. L’autenticità, la bellezza della storia, ha dato il «la» a un meccanismo virtuoso. Il testo era così interessante, l’entusiasmo così contagioso che non è stato difficile convincere grandi attori a partecipare.


Alessandro Gassmann, Isabella Ragonese, la musa almodovariana Rossy De Palma... Era intimidito?
No. Già il fatto che abbiano detto sì era un segnale importante. Attori che accettano un cachet inferiore rispetto a quelli ai quali sono abituati per partecipare a un progetto di qualità: il punto di partenza ideale. Gli attori sono stati bravissimi, umili, professionisti che mi hanno seguito e sostenuto. Così sul set anche con i bambini si è creata una buona atmosfera. Io sono stato aperto nei confronti di input che hanno portato alla riscrittura di alcune scene, così nel giro di 5 settimane abbiamo girato tutto in scioltezza.


In febbraio, a Pieve di Cento. Tutto liscio?
All’inizio non proprio. Per il primo giorno di riprese avevamo organizzato un Carnevale, preparato carri, c’erano 50 comparse e scene fondamentali da girare con Gio, Lorenzo Sisto. Un attore di undici anni con la sindrome di Down: avevamo gli occhi di tutti addosso, «Chissà se il regista sarà in grado di girare, chissà se Lorenzo sarò in grado di reggere lo stress»... Ero tranquillo. Avevamo fatto una prova in un set fittizio e Lorenzo era stato bravissimo. Ma nel primo vero giorno di riprese non gli andava di fare niente, non riuscivamo a girare. Mi guardavano tutti come se fossi il responsabile dello sfacelo. Poi siamo tornati in hotel e abbiamo capito: Lorenzo aveva 40 di febbre, stava malissimo! Ci abbiamo riprovato la settimana dopo e Lorenzo è stato favoloso, per diligenza e professionalità.


Da lì in poi...
Tutto tranquillo, tranne l’acquazzone alla vigilia delle riprese. Il Reno stava esondando, il mese prometteva pioggia e nebbia mentre a noi serviva il sole.


A quel punto, pessimismo e fastidio.
Ma è durato poco. Subito dopo è uscito il sole. Cielo limpido tutto il mese, contro le previsioni del tempo. Un miracolo.


Un regista di grido a Salò. Come Angio Zane, come Luigi Comencini.
Di Zane sentivo parlare quando ero bambino da mio zio: Dario Cipani a cinque anni era considerato un attore-prodigio, è stato fra i fondatori dell’Elfo con Strehler e nel mio film fa la parte del professore. Comencini, che a Salò ha trascorso l’infanzia, faceva cinema di livello altissimo anche in televisione: si pensi a «Pinocchio». Sentirmi paragonare a lui mi imbarazza, anche se una cosa in comune l’abbiamo: ci piace fare cinema con i bambini. Perché capiscono che tipo sei, hanno senso di grande responsabilità, se capiscono l’importanza della missione, di un obiettivo, giocano sul serio e sono puri, non ancora corrotti da sovrastrutture e cattivi pensieri. Sarà che ho ancora la sindrome di Peter Pan.


Cipani a Salò è cognome celebre da tempo: suo padre Giampiero è sindaco da una vita, al quarto mandato non consecutivo.
Ho accettato pian piano il fatto di essere «taggato» come figlio del sindaco. Ma sono sempre stato fiero dell’operato di mio padre: so quanto ci tiene, quanto ha sacrificato per il suo ruolo, e quanto sia poco ambizioso, tanto da rimanere sul Garda, quando altri al suo posto avrebbero mirato a diventare senatori. Il fatto è che lisciare i potenti non fa per lui.


Mai pensato di seguirne le orme?
No. E a casa ho sempre respirato apertura mentale. Madre insegnante di danza classica, nonno collezionista di quadri. Non è stato un problema essere artista. Mio padre ha un carattere difficile, il nostro rapporto è stato conflittuale, ma mi ha passato lui la passione per il cinema.


Da bambino sognava cinema?
Avevo una classifica dei sogni. Amavo i cartoni animati, i paperi, Topolino, e disegnavo pure bene, poi però è uscito il Re Leone e mi son detto «Basta»: la motion graphic non fa per me, preferisco dipingere.


Liceo?
Artistico, Foppa. A 15 anni volevo già fare cinema: univa i miei interessi, io scrivevo e suonavo la batteria e la chitarra in una band: rock, punk, metal fra Brescia e Bologna. I riferimenti erano Nirvana, Verdena. Oggi mi piace Pop X: Davide Panizza ha il merito dell’intelligenza che non si prende sul serio, eppure risulta credibile.


A quali regista si ispira?
Un mio professore al liceo mi passava b-movie, tanti horror, «Halloween» e «La bambola assassina». Sono diventato fan di Corman. Poi, Miyazaki e Tarantino. Vedere il suo «Pulp fiction», e l’idea di «Natural Born Killers», mi ha cambiato la vita. Niente è stato altrettanto fresco da allora. Un’ispirazione costante.


Il suo prossimo film sarà ambientato a Salò?
No, ma capiterà. Vorrei raccontare della Magnifica Patria e di Zanzanù, figura meravigliosa di brigante un po’ Robin Hood un po’ Zorro. Scriverò qualcosa su di lui. Sul lago di Garda si fanno film, ora ne stanno girando uno i tedeschi a Bardolino, l’attenzione sulla zona è sempre maggiore. Se ne posso portare un po’ anch’io, sono ben lieto. Ma il mio mio progetto futuro è un altro: il cassetto si è aperto, sto scrivendo un nuovo soggetto con Mazzariol e ne sto portando avanti anche un altro contemporaneamente. In base ai budget disponibili valuterò il da farsi con Eagle. La casa di produzione è contenta: faremo insieme altri due film.