«Credo nell’arte
che sa evadere
dalle accademie»

Alberto Bonera, 68 anni, bresciano: musicista, pittore, filosofo. L’1 dicembre presenterà il nuovo disco al Polo Culturale Diocesano
Alberto Bonera, 68 anni, bresciano: musicista, pittore, filosofo. L’1 dicembre presenterà il nuovo disco al Polo Culturale Diocesano
25.11.2018

L’arte. Cos’è, in fondo. Se non una scheggia, moltiplicata all’infinito. Frammenti, guizzi, aforismi. Alberto Bonera procede per illuminazioni: quando scopre suoni, scolpisce storie. Nei ritratti dipinti, nei brani pianistici, la stessa predilezione per la brevità, per quel lampo che è «mistero di un’anima». Coglierlo in uno sguardo: l’esercizio più nobile per chi realizza dischi e quadri colorandoli con la sua visione filosofica dell’universo, delle cose, della vita. «Funziono meglio nello spunto rapido, nel tratto breve», sorride Bonera nel suo studio d’artista in via Trento. Bresciano, classe 1950, la vocazione all’insegnamento nel Dna. Mamma Vittoria maestra di scuola elementare, papà Pietro professore universitario e matematico: «Ricercatore, membro dell’Ateneo, amicissimo del sindaco Boni - ricorda -. Fu uno dei pochi casi di libera docenza in Italia, senza passare dal concorso».

Poteva insegnare anche lei, e ha insegnato, ma col passare del tempo si è fatta spazio la musica: il suo destino?

Una vocazione, maturata fin dall’adolescenza. Anche se il cammino che mi ha portato a scegliere e imboccare la strada desiderata è stato lungo.

Umanistici gli studi: il liceo classico Arnaldo, la facoltà di Filosofia a Pavia con una tesi sull’esistenzialismo positivo e sul tema della temporalità in Heidegger.

L’ermeneutica heideggeriana è stata fondamentale per me. Mi ha fatto comprendere le categorie storiche del pensiero occidentale. Nella sua impostazione ho visto la possibilità di salvare la metafisica in un orizzonte nuovo, uno sbocco verso la trascendenza. Io, che sono cattolico per educazione e per scelta, trovo che oggi la fede non abbia più un impianto filosofico che la sostenga. Ho tuttora venerazione per qualsiasi vera forma di pensiero alto, da Platone in giù.

Vent’anni da professore di italiano e storia alle medie. Poi?

Avevo portato avanti da privatista il corso di pianoforte, scrivendo brani d’ispirazione romantica. Il punto di partenza. Mi sono diplomato al Conservatorio e nel 1996 ho lasciato l’insegnamento per dedicarmi alla composizione, e alla pittura.

Artista, filosofo. Più musicista o più pittore?

Un musicista che dipinge.

Quali sono le sue maggiori influenze musicali?

Mi sento un figlio della modernità. Come riferimenti citerei Stravinskij, Shostakovich, ma anche Bach. Amo ascoltare, non mi pongo limiti.

I suoi maestri?

Massimo Priori, poi Paolo Ugoletti. Una grande scuola, che mi ha formato anche sull’aspetto sinfonico. Ho scritto anche tanta musica da camera.

Per i suoi pezzi pianistici, virtuosistici eppure vibranti, si è rivolto a diversi interpreti. A chi si sente di dire grazie?

Filippo Quarti ha eseguito le composizioni pianistiche della mia prima raccolta, «Presagi», uscita nel 2002. La mia produzione, fin dagli anni giovanili, confluiva tutta lì. È stato un passo significativo. Poi ho potuto collaborare con Enrico Pompili, grande esecutore di musica contemporanea.

Sei dischi. In quale si riconosce di più?

Dico il Concerto per pianoforte e orchestra numero 2. Nel 2013 è stato eseguito a Praga, diretto da Alfonso Scarano. Un successo che mi ha riempito il cuore. È la summa di questi miei anni, nata dall’idea di riprendere l’impianto dei concerti ottocenteschi e novecenteschi, dalla forma imponente, strutturata come una cattedrale. Dal naufragio dell’occidente all’addio di un clown, la visione romantica sa sfociare nell’ironia. Ci sono Hegel e Chopin, c’è il rapporto dialettico fra finito e infinito, ci sono tracce di Rachmaninov. E un movimento circense, di respiro felliniano, che traduce la tragedia in una pirotecnica esultazione carnascialesca, direi molto italiana.

L’1 dicembre presenterà il suo ultimo disco «Interferenze multiple» nell’aula magna del Polo Culturale Diocesano, in città.

Sì, ci saranno con me Chiara Rizza al pianoforte e il musicologo Enrico Raggi. Proporrò queste sequenze di stati d’animo nate come ritratti in musica, creazioni che la contessa Garavaglia ha già voluto al centro di un suo evento con l’aristocrazia milanese. Ho associato a ogni ritratto una composizione, attraversando i misteri della notte.

«Il professor Alberto Bonera mi ha osservato mettere le mani sul pianoforte e ha visto una luce. Il mio talento. Ha dimostrato lungimiranza. Gli sono grato». Chi lo ha detto?

Federico Colli. Un pianista eccezionale.

Oggi è affermato a livello internazionale.

Quando insegnavo lettere alle medie di Lograto sua mamma era mia collega. Insegnava matematica. Federico aveva 5 anni e voleva suonare la batteria. Ho intuito il suo straordinario senso del ritmo e mi son detto Questo è un genio! Gli ho dato i miei rudimenti: Diventerai un grande pianista. Non era difficile indovinarla, con un fuoriclasse come lui. Siamo rimasti in contatto, parliamo di questioni di ordine filosofico.

Il suo ventaglio di conoscenze artistiche è sufficientemente ampio da includere Vittorio Sgarbi come Federico Severino.

Sono amico di Federico, c’è grande empatia fra noi. Oltre alla condivisione delle problematiche dell’estetica contemporanea. Sgarbi è venuto a casa mia, ha apprezzato i miei disegni: le illustrazioni della Divina Commedia, di Don Chisciotte. Una quindicina di anni fa.

Quando dipinge lei è...

...Non mi inquadro in un filone preciso, perché la mia arte può essere simbolista, ottocentista, astrattista, figurativa, postfuturista. Rispetto la tradizione, ma con animo ribelle se mi confronto con certi luoghi comuni. Ritengo che si possa fare accademia anche con certa avanguardia. L’iperavanguardista è meno innovativo del conservatore, e conservare non è un male di per sé: come dice Sgarbi gli antichi sono più giovani perché più vicini alla fonte... L’arte concettuale non può mai sostituirsi all’opera, altrimenti per me muore l’idea di arte stessa. Oggi vedo tanti artisti, ma troppe accademie di potere.

Cosa sono per lei oggi le opere pittoriche?

Un’adorabile distrazione. Sono stato contento di esporre a Roma, nella primavera scorsa.

«Astro-logìe»: liriche visioni alla Dolce Vita Gallery. Con lei c’era Egidio Maria Eleuteri, professore che ha definito la sua arte una «sinfonia».

Le mie opere sono ancora là, a Roma. Di sicuro se m’immagino pittore io mi penso ritrattista. La mia predisposizione è sempre quella: fare ritratti. Quando dipingo come quando compongo.

Oltre all’arte?

Da ragazzo giocavo a calcio. Centrocampista, mi ispiravo a Rivera: non volevo correre, ma far correre la palla. Mi piace fare le imitazioni, ne ho fatte anche su varie emittenti locali, diventando amico di Enrico Beruschi.

Il suo pezzo forte?

Gianni Brera. Diventato Gianni Brandy, della Gazzetta dello Snob.