«Con Coma_Cose
ho fatto di testa
mia. E ho vinto»

Fausto Zanardelli, in arte Fausto Lama: gardesano, classe 1981, con Francesca alias California ha formato il duo Coma_Cose
Fausto Zanardelli, in arte Fausto Lama: gardesano, classe 1981, con Francesca alias California ha formato il duo Coma_Cose
27.01.2019

Passano gli anni, cambiano le epoche, variano i contesti, ma la formula vincente è sempre quella: fare di testa propria. Oggi come negli anni Settanta quando un gruppo azzardò un singolo di 6 minuti, come 4 canzoni in una: la rapsodia bohémien che nemmeno doveva vedere la luce e invece è stata un trionfo. Un successo enorme e senza tempo. La via d’uscita da anni difficili, per Fausto Zanardelli passa da Via Gola. Come tornare al senso delle cose. In questo caso, Coma_Cose. Progetto all’avanguardia avviato col nome d’arte di Fausto Lama, in tandem con Francesca Mesiano alias California. Una voce friulana al fianco di un musicista bresciano che oltre ad essere cantautore è fonico e produttore. Dalla scena alternativa all’heavy rotation su Radio Deejay (l’anno scorso con «Post Concerto»). Adesso il nuovo singolo, «Via Gola» appunto, è il manifesto di un nuovo modo di fare musica in Italia. Il suono che mischia elettronica e rap, crossover 2.0 che spopola su Spotify e fa incetta di visualizzazioni. Un successo ormai insperato. «Era nato per essere il mio canto del cigno - sorride Fausto -. Invece…».

Invece, boom. Coma_Cose è uno dei progetti che fanno tendenza nel 2019.

Ne sono felice. Ho passato una vita ad assecondare scelte piovute dall’alto. Ma ciò che piace a me è fare il nerd e stare su una produzione fino alle 5 del mattino. Finché non suona come dico io.

Il segreto è tenersi alla larga dalle formulette magiche?

Per fortuna la formula magica non esiste. Si pensi a «La voce del padrone» di Battiato: disco corto, fuori dagli schemi. Un successo incredibile. O a «Bohemian Rhapsody», già, che tutto era fuorché un pezzo facile. Eppure.

Forse si pensa troppe volte che la gente sia stupida.

I soliti luoghi comuni sulla massa che vuole ascoltare cose leggere, di facile fruizione. Ma non è che siamo sempre e solo spensierati. La musica ti deve toccare e passa attraverso binari diversi.

Coma_Cose quale strada percorre?

Il rap consente di realizzare piccoli racconti poetici in rima rimpastando i generi. Crossover.

Per questo in «Via Gola», il brano che anticipa il primo album «Hype Aura» in uscita il 15 marzo, citate Zack De la Rocha dei Rage Against The Machine, che il crossover l’han portato a livelli altissimi?

Sì. Oggi ci paragonano a Carl Brave e Franchino, perché loro raccontano Roma e noi Milano, dove viviamo da tanto. Ma non ci sentiamo di appartenere ad un genere preciso, a una scena.

In questo ci sono affinità con un altro bresciano emergente, Frah Quintale.

Un amico, fra l’altro. Due anni fa, ora come ora, noi eravamo in embrione e Frah doveva ancora esplodere con il suo progetto solista: fu lui ad occuparsi del nostro primo video. Il pezzo in questione poi non è uscito. Normale, visto che ho scartato decine di pezzi prima di pubblicare: volevo farlo bene, di testa mia, visto che l’aspetto discografico non contava più. Con la discografia mi ero messo l’anima in pace.

Troppo deluso?

Avevo le ossa rotte. Come Edipo avevo fatto quattro dischi che oggi definiremmo indie-rock, un po’ stile Beck, dai colori naïf. Il panorama non era favorevole come oggi, l’avventura in orbita major è andata male, i soldi sono finiti e a 35 anni mi sono detto «basta, vado a fare il commesso». Ma ho continuato a fare musica e adesso mi dico bravo: è la rivincita della tenacia, del coraggio.

Un messaggio a chi comincia a fare musica.

Non fatevi condizionare, tenete duro e sfruttate i mezzi che ci sono oggi: la Rete ha tolto i filtri, gira tanta mediocrità ma affiora anche tanta bellezza. Senza intermediari.

Nato in Valsabbia, cresciuto sul Garda.

Sì: a Gavardo c’era l’ospedale, a Salò ho studiato e appreso i rudimenti del rap.

Cosa le piaceva?

I Public Enemy, innanzitutto.

In «Via Gola» pare di ritrovarli in un duetto con Neneh Cherry.

La sola idea affascina. Il mio primo contatto con la musica è avvenuto attraverso il basket, al campetto del paese. La colonna sonora era la Golden Age del rap. Ci sono entrato con tutti e due i piedi. Con Alessio Beltrami ho dato vita a un duo, Gli Stilisti. Abbiamo stretto rapporti con Parma, Verona, ai tempi ci si ritrovava tutti alle Convention, giornate hip-hop di rap e break dance, graffiti e free style.

Il suo primo concerto da fan?

Ho comprato la cassetta di «Verba manent» e sono andato a vedere Frankie Hi Nrg Mc a Montichiari. La sera dopo avrebbero suonato i 99 Posse. Il rap era un linguaggio di protesta, da Assalti Frontali. Nessuno pensava che sarebbe diventato un fatto estetico com’è oggi.

Colpa dei social?

Il rap è diventato un linguaggio usa-e-getta, una story di Instagram. Intrattenimento per ragazzini. Non è più controcorrente. Io a vent’anni, dopo aver partecipato a una compilation, avevo smesso di fare rap.

Folgorato sulla via di?

Beatles. Bowie. Non solo, ovviamente. Dai 20 ai 25 non ho suonato: ascoltavo, assorbivo. A 25 mi son chiesto cosa fare della mia vita. Sono andato a Milano a frequentare una scuola da tecnico del suono, la Sae. Ho cominciato a lavorare da fonico. Come toccare la musica con mano.

Cosa suona?

Chitarra, pianoforte, un po’ di batteria. Da autodidatta. Mi piace produrre. Quando sono tornato da Milano al paesello per mettere in piedi il primo studio, con Marco Caldera producevo gruppi come i Low Frequency Club. Dopo aver formato Gretel e Hansel, una band di deriva sydbarrettiana molto psichedelica, ho buttato fuori un primo disco autoprodotto come Edipo. E mi è arrivata la telefonata di Foolica, l’etichetta di Thegiornalisti. Era il 2010. Il secondo disco, «Bacio Battaglia» del 2012, era centrato, bello: lo dico con fierezza. Cominciavo ad esistere. Poi ho fatto una scelta: mollare Foolica per la Universal, colosso dalle grandi promesse. «Faremo, faremo». Mi sono ritrovato a terra.

Fino a Coma_Cose.

Un incontro casuale. La soffiata di un amico, io che divento commesso di un negozio Porto Ticinese e così conosco Francesca; le pause caffè da colleghi, la musica che nasce insieme alla relazione fra noi. Un progetto maturato in casa, nella convivenza. All’inizio Francesca faceva la dj e qualche coretto, ma alle prove per il primo concerto le ho chiesto di mettersi al microfono: «Puoi rappare la strofa?». Spaccava. Se c’è quel talento, quell’aura sul palco, il resto si impara con la pratica. E ce n’è stata, di pratica. In due anni abbiamo fatto settanta date in tour.

«Via Gola» ha le insegne di Asian Fake e la produzione di Mamakass. Parla del quartiere più tosto di Milano. Corona un percorso rapido ed entusiasmante.

Pensare che doveva chiamarsi Coma, il progetto: simboleggiava uno stallo artistico. Ci siamo iscritti su Instagram e di Coma ce n’erano centomila. Allora ci siamo chiamati Coma_Cose. E così siamo qui, orgogliosi e pieni di energia.

In Italia solo i vecchi cantautori parlano di politica.

Per il resto si canta l’amore. Vero. Io non scappo, non nascondo la testa: di analisi sociale con «Cannibalismo» e «Golgota» ne abbiamo fatta, penso che se ognuno si comportasse bene nel proprio ambito tutto girerebbe meglio. Chi è il nemico? Io parlo di ciò che conosco, del sistema musicale. Quanto al governo... Difficile capire chi ci governa, adesso.

C’è un gruppo che le piace particolarmente nel mondo?

I Die Antwoord sono faro nella notte per me. L’autoironia, il suono, l’idea anche arrogante. «Siete diversi»: se lo son sentiti dire loro, e anche noi. Non so come possiamo essere definiti: lui criptico, crepuscolare, lei fresca, malinconica. I nuovi... boh. Ma siamo nuovi.

Vorrebbe più tempo per?

Girare video. Ho gestito tutti quelli di Coma_Cose. Passione incrociata fortuitamente, quella per la video-arte, che intendo sviluppare. E se abbiamo milioni di visualizzazioni... Si può fare.