"Covid e danni
ai polmoni: non
sono permanenti"

Michela Bezzi, primario Pneumologia Endoscopica al Civile
Michela Bezzi, primario Pneumologia Endoscopica al Civile
Paola Buizza 22.09.2020

«Il 30% dei malati Covid potrebbe sviluppare danni permanenti al polmoni» aveva ipotizzato la Società italiana di Pneumologia nei mesi scorsi, avvisando però che per avere certezze sarebbe servito del tempo. E le risposte, le prime, stanno arrivando. Ma ribaltano il nefasto pronostico: la maggior parte dei pazienti dimessi ha i polmoni «puliti», per usare il gergo medico. La conferma arriva dalla dottoressa Michela Bezzi, responsabile della Pneumologia Endoscopica degli Spedali Civili di Brescia e coordinatrice di delle unità Covid A e B (quest'ultima chiusa a maggio) nei mesi dell'emergenza. Rientrata a Brescia nel 2018 dal Careggi di Firenze, dove era approdata nel 2015 come responsabile della pneumologia interventistica, Bezzi si è ritrovata ad affrontare un'emergenza mai vista prima e ha partecipato alla conversione dell'ospedale organizzando lo staff medico e infermieristico per affrontare al meglio la pandemia. Ha vissuto in trincea. I prossimi mesi? «Siamo in uno stato di vigile attesa», spiega Bezzi che venerdì sera racconterà la sua esperienza nella chiesa di San Giorgio a Brescia per la rassegna Sapiens.
Dottoressa, a maggio vi aspettavate per il 30% dei pazienti Covid problemi respiratori cronici e segni diffusi di fibrosi polmonare. Le evidenze, però, oggi paiono diverse...
«Negli ambulatori post-Covid richiamiamo tutti i pazienti anche con la telemedicina e molti, pur di non rimettere piede in ospedale, ci mandano la spirometria e la radiografia al torace. La maggior parte di loro è guarita. Anche quelli che hanno fatto più fatica nel tornare a muoversi come prima senza affanno, hanno la tac pulita. Le dico di più: con il comitato etico ero pronta a presentare uno studio che facesse prelievi di tessuto polmonare in vivo per studiare gli esiti del Covid e capire cosa succede ai polmoni dopo tre o sei mesi per curare le conseguenze dell'infezione virale: non siamo partiti. Sembra che il danno permanente al polmone sia meno grave di quanto si pensasse. Ci aspettavamo danni permanenti, pazienti che non sarebbero tornati più a respirare normalmente ma col bisogno di ossigeno, tac che non si risolvevano... Nulla di tutto questo è successo. Molto più grave, invece, è l’aspetto psicologico».
Come lo spiega?
«Perché ci basavamo sui dati della Sars e della Mers, su quanto avevano lasciato quel tipo di infezioni. Ma erano molto diverse: innanzitutto molto più gravi anche se si sono diffuse molto meno perché uccidevano i loro ospiti. Sars-Cov-2 evidentemente è riuscito a diffondersi così tanto anche perché la gravità era inferiore, quindi gli ospiti sopravvivono e contagiano gli altri».
Intanto i contagi sono tornati ad aumentare. Qual è la situazione al Civile che, lo ricordiamo, è ospedale hub Covid in regione?
«I pazienti con vera polmonite da Covid e desaturazione, che magari devono fare antiretrovirali, cortisone, ventilazione con mascherina, sono forse una decina e si susseguono pian piano tra tutte le degenze attive in ospedale, suddivise tra Infettivi, Pneumologia e Rianimazione.
Parla di quella tipologia di pazienti di cui gli ospedali erano pieni tra marzo e aprile?
«Quelli di cui ne abbiamo avuti 1.200 per un mese contemporaneamente sui tre presidi dell'Asst Spedali Civili in condizioni molto gravi. Oggi li ventiliamo per quattro o cinque giorni prima di passare alla settimana di convalescenza e poi mandarli casa».
Come mai la degenza si è ridotta così tanto?
«Sono pazienti meno gravi. È come se il virus avesse mietuto le sue vittime tra febbraio e aprile andando a colpire le persone più fragili. Non dimentichiamo che ne sono arrivati davvero tanti perché oltre ai nostri 1.200 c’erano ricoverati in tutti gli altri ospedali. I pazienti che vedo in questo periodo arrivano dall'estero: rientri da Ibiza, Croazia, badanti che sono andate nel loro paese e tornano in Italia dai loro assistiti essendo positive. Ma hanno forme più lievi».
Cosa accadrà nei prossimi mesi?
«Riesploderà l'influenza, poi arriverà il freddo con raffreddori e tosse e il virus ricomincerà a circolare non solo tra i giovani ma anche nei nostri anziani. Per me la situazione sarà diversa perché siamo decisamente più preparati. Stiamo lavorando tantissimo con i medici di medicina generale anche a livello volontaristico, ci sono aggregazioni di mmg con cui ci confrontiamo nelle varie aree geografiche di città e provincia. La cosa più importante è continuare ad offrire ai pazienti non Covid l’alto livello di cura di cui siamo capaci in ospedale ed essere pronti e organizzati per gestire in modo capillare sul territorio i sintomi simil influenzali o da Covid che si svilupperanno, curandoli a casa.