Da Bovegno ai ghiacci d’Alaska Bettinsoli ritorna da campione

Un selfie di Luca Bettinsoli durante la Iditasport Il bovegnese alla conclusione della sua prova
Un selfie di Luca Bettinsoli durante la Iditasport Il bovegnese alla conclusione della sua prova (BATCH)
Marco Benasseni 10.03.2018

Era partito con la sola ambizione di partecipare, invece è riuscito a concludere al secondo posto la gara più estrema del mondo. Una vera impresa quella portata a termine da Luca Bettinsoli, il 37 enne di Bovegno (ma originario di Gardone) che con la sua «fat bike» ha tagliato il traguardo dell’«Iditasport», in Alaska, dopo 3 giorni, 14 ore e 50 minuti dalla partenza. Al via erano in 32, ma solo una decina di atleti sono riusciti a superare i 550 chilometri che separano Willow da McGrath, lungo lo stesso percorso utilizzato durante le gare con i cani da slitta. Tra i partecipanti c’erano 8 italiani, e tra questi altri due bresciani provenienti da Chiari. «È stata un’esperienza che ha superato ogni aspettativa - racconta il valtrumplino -. Rispetto alla Finlandia, dove un paio di anni fa ho partecipato alla Rovaniemi, l’Iditasport si svolge nella natura selvaggia, a centinaia di chilometri da qualsiasi insediamento umano. Bisogna stare attenti perché basta davvero poco per finire male. Ho imparato cosa vuol dire sentirsi piccoli rispetto alla natura che ci circonda». LA GARA prevede tre distanze: 320 chilometri, 550 e la 1000 miglia (1.800 chilometri) che ripercorre interamente la via delle slitte, alla quale un altro bovegnese, Roberto Ghidoni, ha partecipato più di una volta. «Siamo partiti da un fiume ghiacciato che per dimensioni sembra un lago - racconta Luca -, dopo 110 chilometri sul ghiaccio abbiamo iniziato a salire su colline che poi diventano montagne. In Alaska tutto è enorme: le valli sembrano la nostra bassa tanto sono ampie. Per chi vive nelle nostre città sembra di essere in mezzo al nulla, in realtà sei in mezzo al tutto. Una notte, sotto la pioggia, ho avuto anche un incontro ravvicinato con un lupo nero». Emozionato dall’incanto di quei luoghi e coccolato dal canto dei lupi, Luca ha realizzato il suo sogno dormendo e pedalando a temperature che oscillavano tra i meno 30° e i 2°. «Non sono mancati i momenti di paura - prosegue -. Dopo la metà gara mi sono trovato su un fiume ghiacciato su cui si formano pozzanghere sopra lo strato di ghiaccio. Non c’era pericolo di annegare ma in quelle buche si rischia di sprofondare anche di mezzo metro per poi dover fare i conti con il freddo. In quel momento ho chiesto a Madre Natura il permesso di passare per tornare dai miei figli». Durante il briefing pre gara gli organizzatori hanno più volte ribadito che per partecipare all’Iditasport è necessario essere in grado di sopravvivere almeno due giorni da soli in caso di emergenza, e Luca in Alaska ha lasciato un pezzo di cuore, a conferma del fatto che dall’Iditasport non si torna mai completamente. •