Uccisa perché voleva sposare un italiano

Sana Cheema, 25 anni, da settembre era diventata cittadina italiana
Sana Cheema, 25 anni, da settembre era diventata cittadina italiana
Giuseppe Spatola 22.04.2018

L’unica certezza, per ora, è la morte arrivata mentre si trovava in Pakistan. Il resto è storia rimbalzata in Italia, a Brescia, con i racconti di chi la vorrebbe «sgozzata come un animale», sacrificata dai suoi familiari nel nome di una tradizione che affonda le radici più becere nella religione. Sana Cheema, 25 anni, sarebbe stata uccisa dal padre e dal fratello soltanto perché voleva sposarsi con l’uomo che aveva scelto al posto del marito imposto dalla tradizione. E lei, oramai più italiana che pakistana (almeno nel modo di voler vivere la vita), era volata fino in patria per affrontare il divieto della famiglia e poi tornare a Brescia padrona del suo futuro, senza veti o dinieghi tribali. Una voglia di liberarsi dal fardello della tradizione che avrebbe portato la giovane fino alla morte, sacrificata nel nome di un codice che calpesta e ignora le regole di vita occidentali. Cresciuta a Brescia, dove ha frequentato le scuole, iniziato a lavorare in un’autoscuola e avviato una sua attività privata fino ad ottenere la cittadinanza lo scorso settembre, Sana non è più tornata a casa. Con lei, fino a pochi anni fa, in città viveva l’intera famiglia che, con in mano il riconoscimento della cittadinanza tricolore, ha deciso di emigrare con lo status «italiano», mettendo nuova casa nella Germania meridionale. Sana, invece, è rimasta in città, coltivando il sogno di una vita normale scandita dalle lezioni di guida e dai corsi per stranieri che promuoveva su internet. La giovane, però, tra dicembre e gennaio è tornata a Gujrat, la città pakistana in cui è nata, per rivedere i parenti e per tenere i rapporti con i familiari più stretti. «Abbiamo chiesto al padre come mai fosse partita - ha spiegato il fruttivendolo del quartiere -. Lui ha liquidato la partenza spiegando che le avrebbero trovato marito e quindi mi ha fatto vedere le fotografie dei pretendenti». UNA VOLTA IN VOLO la ragazza non poteva immaginare l’inferno che l’avrebbe accolta assieme agli abbracci del padre e del fratello, arrivati in patria solo 15 giorni fa. Alla fine, secondo quanto emerso dai racconti degli amici rimasti in città, i contorni del brutale omicidio sono quelli di un «delitto d’onore». Alla base di tutto il «no» di Sana al matrimonio combinato. Tanto sarebbe bastato per essere sgozzata, con le mani del padre a stringere il coltello rituale destinato a purificare la famiglia dal suo «gran rifiuto». Una fine che, però, alla comunità pakistana è stata raccontata in maniera diversa. I parenti hanno riferito di una morte improvvisa per infarto. Nessuna violenza nessun rito purificatore. Un mistero che difficilmente potrà essere risolto se non raccogliendo indizi e testimonianze dal Pakistan. Sicuramente Sana fino all’ultimo non ha voluto rinnegare il suo amore, un ragazzo che a Fiumicello non avrebbero mai visto in sua compagnia. Un amore strano, visto che l’uomo non ha presentato denuncia di scomparsa e non ha allertato le forze dell’ordine italiane dopo aver saputo della morte della ragazza. Un disinteresse su cui la magistratura italiana adesso potrebbe focalizzare un’eventuale indagine. Perchè Sana è cittadina italiana così come lo sono diventati il padre e il fratello. I due, secondo quanto appreso, sarebbero stati arrestati dalla polizia di Gujarat, dove il delitto d’onore non è più giustificato da anni. Il dramma ieri è esploso tra gli amici di sempre, gli stessi che hanno messo nero su bianco il loro disagio. «Hai pagato la tua voglia di libertà», hanno scritto sui social ricordando come di Sana porteranno nel cuore il sorriso e quella voglia di vivere che da ieri la avvicinano drammaticamente a Hina. • Giuseppe.spatola@bresciaoggi.it