Suor Giusy,
da 22 anni a
fianco dei malati

L’amorevole assistenza di suor Giusy, una dottoressa in corsiaLa religiosa conquista i cuori dei pazienti con la sua gentilezza
L’amorevole assistenza di suor Giusy, una dottoressa in corsiaLa religiosa conquista i cuori dei pazienti con la sua gentilezza
Luciano Costa 11.02.2019

Si chiama Hospice, che tradotto significa Ospitalità, ed è un luogo (ospedale, clinica, casa di cura, summit dell’umano pensiero) dove tutto sembra normale, anche la malattia, la sofferenza, l’attesa di qualcosa – che san Francesco chiamava «sorella morte» - a cui nessuno sfugge ma che tutti cercano di rimandare almeno al giorno dopo. Fa parte della casa di cura «Domus Salutis», dove si curano le patologie più astiose e pazientemente si esercita la riabilitazione. Domus Salutis e Hospice, sono strutture volute e sostenute dalla Congregazione Ancelle della Carità, fondata a Brescia da Paola Di Rosa, di nobile famiglia, quando il colera chiedeva braccia e cuori disposti a soccorrere senza chiedere nulla in cambio. Assumendo il nome di Maria Crocifissa guidò le Ancelle della Carità nel servizio agli infermi, le mandò sui campi di battaglia di Solferino e San Martino a fasciare le ferite e ad accompagnare i morti, le guidò in spirito a farsi carico di nuove iniziative per assicurare assistenza e salute ai meno fortunati, tra queste, concretizzata più di cent’anni fa, la Poliambulanza di via Calatafimi prima e di San Polo adesso, che continua la sua missione primitiva e insostituibile: curare, aiutare, guidare, guarire, assicurare speranza di vita, non rimandare indietro nessuno a mani vuote. ANCHE per questa capacità di essere dove è difficile coniugare salute e malattia, le suore continuano a essere indispensabili anelli di una catena fondata sull’amore che genera solidarietà, donne coraggiose, pronte a sfidare le ovvietà in nome della carità. Una di queste suore abita tra le corsie dell’Hospice. E l’incontro con lei, suora che in tasca ha una laurea in medicina e chirurgia più una specializzazione in geriatria, è di quelli che non si dimenticano. Innanzitutto perché è ancora difficile immaginare una religiosa che alla consacrazione aggiunge un titolo così impegnativo, poi per la cordialità con cui lei accoglie e circonda di sorrisi ogni gesto, per la delicatezza delle parole pronunciate, per la disponibilità a raccontarsi e a raccontare vocazione, mestiere, speranze e attese. Benché suor Giusy Stevanin abbia l’aspetto tipico della religiosa consacrata al buon Dio, il personale la chiama dottoressa e quasi tutti i degenti, a volte amica, altre signora in bianco, altre ancora, non avendo voce sufficiente, chiedendo aiuto al campanello. Nata in Veneto, cresciuta tra le nebbie e il sole dell’Adriatico, brava studentessa con dentro tanta voglia vivere gli anni giovanili al massimo ma senza mai esagerare, infermiera professionale, ragazza soavemente intrigata dalle attenzioni di un ragazzo come lei ma anche fortemente convinta che quella voce sollecitante impegni totalitari ed esclusivi verso Dio e il prossimo – per qualcuno è la «chiamata», per altri la «vocazione» – fosse preminente e che quindi non potesse restare inascoltata, decise che era tempo di lasciare il solito per abbracciare l’insolito. COSÌ GIUSY cercò un posto tra le aspiranti Ancelle della Carità, suore di orazione ma anche di azione tra i poveri, gli ammalati, gli anziani, i bambini, le famiglie, gli studenti, le parrocchie, i disperati, chiunque fossero e quale fosse la misura della loro disperazione. Nelle mani di madre Eugenia Menni, allora superiora generale, Giusy mise le sue speranze, il suo diploma e la voglia di donare la sua vita agli altri. Aveva ventun anni. Fatta la professione perpetua e pronunciati i voti, che in pratica segnavano il distacco dalle cose del mondo e l’abbraccio a quelle di Dio, madre Eugenia propose alla nuova suora di andare a Roma per riprendere gli studi e portare a casa la laurea in medicina. «Ci pensai sette giorni – racconta suor Giusy -, mortificando i peggiori pensieri che ammettevano un possibile disastro e promuovendo solo quelli che ipotizzavano il successo dell’operazione. Alla fine, prima a me stessa e poi alla Superiora, dissi che ero pronta a riprendere gli studi, con quale risultato non lo sapevo, ma di certo lo sapeva il Gesù che tale avventura permetteva». Suor Giusy bruciò le tappe ed esame dopo esame conquistò la laurea in medicina e chirurgia, subito dopo la specializzazione in geriatria. Tornò a Brescia e a Casa Madre le dissero che la sua missione di suora e medico l’avrebbe svolta all’Hospice della Domus Salutis. «Madre Eugenia – dice la dottoressa suor Giusy -, con grande coraggio, immensa fiducia e notevolissimo spirito d’iniziativa, promuovendo la costruzione dell’Hospice, aveva fatto alla città di Brescia un dono prezioso, capace di dare risposte concrete ai bisogni del nostro tempo. Grazie a questa felice intuizione, il movimento delle cure palliative ha iniziato a diffondersi in Italia». •