Pcb, Caffaro
unica
responsabile

La produzione di Pcb da parte della  Caffaro è iniziata nel 1938
La produzione di Pcb da parte della Caffaro è iniziata nel 1938
Cinzia Reboni 10.08.2018

La Caffaro è l'unica responsabile del disastro ambientale provocato dall'inquinamento da Pcb che, a partire dal 1938, ha contaminato terreni, falda e acque superficiali di città e hinterland. Spetta dunque alla società in liquidazione l'onere delle bonifiche e del risanamento. Lo hanno ribadito i giudici del Consiglio di Stato respingendo il ricorso presentato dall'amministratore straordinario della Caffaro che chiedeva l'annullamento della storica sentenza del Tar che nel luglio del 2011 aveva inchiodato la società alle sua responsabilità. Allo stabilimento i giudici amministrativi avevano fatto risalire anche l'inquinamento del parco di via Passo Gavia e del campo Calvesi. In sostanza, la Caffaro chiedeva di annullare le ordinanze del Comune ed i successivi verbali delle Conferenze di servizi ed infine del Ministero che, a partire dal 2002 fino al 2010, imponevano alla Caffaro di eseguire interventi di messa in sicurezza delle rogge e di predisporre un piano di caratterizzazione, nonché di trattare come rifiuti le acque di falda emunte e mettere in sicurezza di emergenza le aree pubbliche del campo Calvesi e del parco Passo Gavia. Il Ministero aveva dettato le modalità di approfondimento di indagini nelle aree nord e ovest dello stabilimento e l’allargamento della lista dei piezometri e delle sostanze da monitorare, fissando le modalità di monitoraggio della falda e delle analisi di rischio. Il Tar aveva accolto uno solo dei ricorsi presentati dalla Caffaro, e in particolare quello che imponeva all’azienda di trattare come rifiuti le acque emunte, respingendo tutte le altre domande, sia di annullamento che di condanna al risarcimento del danno. Nel ricorso al Consiglio di Stato la Caffaro puntava sulla «mancanza dei requisiti soggettivi del dolo, ovvero della colpa, per ritenere la sua responsabilità, nel senso che la società avrebbe sempre operato nel rispetto delle migliori tecniche disponibili». Inoltre, contestava la propria responsabilità per l’inquinamento «dal momento che sul territorio bresciano ci sono altre industrie che potrebbero aver contaminato le rogge». Citando uno studio tcnico, secondo i legali della Caffaro non ci sarebbero state prove oggettive che l'inquinamento dei parchi dipendesse dall'azienda, che riteneva inoltre «ingiustificato l'obbligo nella gestione della barriera idraulica, di separare le acque di processo da quelle di raffreddamento». SECONDO il Consiglio di Stato, i ricorrenti «si sono limitati a contrapporre la propria versione dei fatti, senza svolgere alcuna argomentazione logica volta a criticare il ragionamento dei giudici di primo grado». Inoltre, «l'azienda richiama studi prodotti in primo grado da cui, a suo dire, emergerebbe che l’inquinamento non sarebbe a lei riconducibile, ma non li contestualizza». Secondo il più alto grado della giustizia amministrativa non ci sono elementi che confutino o mitighino le responsabilità della Caffaro nel disastro ambientale. Si chiude in questo modo uno dei principali capitoli di ricorsi e controricorsi che hanno accompagnato il caso Caffaro. Resta la domanda su quanto una società in liquidazione sarà effettivamente in grado di farsi carico dell’onere delle bonifiche e del risanamento ambientale. •

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