«Nel sacco un
corpo umano
rannicchiato»

Polizia di Stato, in via Milano, durante le indagini sulla scomparsa di Souad Alloumi FOTOLIVE
Polizia di Stato, in via Milano, durante le indagini sulla scomparsa di Souad Alloumi FOTOLIVE
M.P. 17.07.2018

Il tribunale del Riesame non ha dubbi su quel borsone e in particolare sul contenuto. «Ad avviso del tribunale, dalla visione delle immagini ben può sostenersi che il contenuto dell’involucro sia un corpo umano come rannicchiato».

IL CORPO di cui si sta parlando è quello di Souad Alloumi, la 29enne marocchina scomparsa nella notte tra il tre e il quattro giugno scorsi. L’«involucro» è il borsone che l’ex marito Abdelmjid El Biti, quella notte stava trascinando all’esterno dell’abitazione della donna, in via Milano, a Brescia. El Biti è stato arrestato nei giorni successivi alla scomparsa e si è sempre proclamato innocente. In particolare ha sostenuto che l’ex moglie si sarebbe allontanata da sola. Da parte degli inquirenti sono state disposte ricerche del corpo della donna che però non è stato trovato. Nelle scorse settimane l’indagato ha fatto ricorso al tribunale del Riesame e il suo legale, avvocato Gianfranco Abate, ne ha chiesto la scarcerazione sostenendo, tra l’altro che mancano i gravi indizi. Ma il tribunale del Riesame ha rigettato il ricorso e nelle scorse ore sono state depositate le motivazioni della decisione. I magistrati descrivono El Biti come un uomo «ossessionato dalla gelosia per la eventualità che la Alloumi potesse avere rapporti con altri uomini». Un uomo che «si appostava anche all’esterno dell’abitazione onde cogliere sul fatto la moglie in caso di visite di soggetti di sesso maschile». Sulla base delle testimonianze raccolte dagli inquirenti, per il Riesame «incontestabile è la conclusione che depone per una separazione caratterizzata da forte conflittualità a causa della personalità violenta e prevaricatrice di El Biti». Il Riesame passa quindi a occuparsi dell’elemento principale dal punto di vista accusatorio: la ripresa del sistema di videosorveglianza di un bar in cui viene visto trascinare un borsone, nella notte tra il tre e il quattro giugno, all’esterno dell’abitazione della moglie. «Focalizzando l’attenzione sul contenuto del borsone o sacco trasportato faticosamente dall’indagato, non è fuor di luogo rilevare la compatibilità dell’immagine con le parti inferiori delle gambe, parallele fra loro (dai ginocchi in giù, con evidenza delle tibie), manifesta essendo la pressione del contenuto». Quindi «in ordine alle risultanze di indagine, deve essere premesso che è dato incontestato che l’uomo ripreso nei filmati, dapprima con maglietta bianca e poi con indumento più scuro ed indossante il cappello tipo “Panama” è il ricorrente: lo stesso El Biti, nelle dichiarazioni rese a più riprese, si riconosceva nelle immagini. Ed è proprio tale acquisizione il dato di maggior valenza che grava come un macigno sull’indagato e permette di sostenere, del tutto ragionevolmente e, unitamente alle altre acquisizioni, il superamento della soglia di gravità indiziaria richiesta per l’applicazione di misura cautelare». Secondo i giudici, infine, El Biti, è un «soggetto crudele e spietato, pronto a ricorrere all’estrema violenza pur di affermare se stesso».

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