La sfida di Montini
contro i falsi
riformatori

Incontro in Vaticano fra Paolo VI e il filosofo francese Jacques Maritain
Incontro in Vaticano fra Paolo VI e il filosofo francese Jacques Maritain
Piergiorgio Chiarini 11.10.2018

Paolo VI è stato un pontefice che più di altri, anche per il periodo storico in cui è vissuto, si è misurato con le sfide della modernità. Una modernità che si era concepita nelle sue stesse radici in modo autonomo, sganciata dal cristianesimo. Aveva dato corpo alla pretesa che i diversi campi della vita, politica, economia, ordine sociale, filosofia, educazione, come osservava Romano Guardini, «debbano svilupparsi muovendo unicamente dalle proprie norme immanenti». Così via via gli eventi capitali della vita umana (concepimento, nascita, malattia, morte) «perdono il loro carattere di mistero». Una coscienza che Giovanni Battista Montini aveva ben chiara fin dai tempi in cui la società sembrava in apparenza ancora fortemente impregnata dal cristianesimo. Nel 1933 osservava infatti come Cristo fosse diventato «un ignoto, un dimenticato, un assente, in gran parte della cultura contemporanea». Quel processo di separazione che aveva connotato l’epoca moderna stava arrivando a compimento e, come si vedrà nei decenni successivi, troverà spesso una sponda sorprendente tra ecclesiastici e teologi. Non a caso nell’ultimo colloquio con l’amico Jean Guitton Paolo VI confiderà che talvolta nel mondo cattolico «sembra predominare un pensiero di tipo non-cattolico». Era l’esito di un lungo percorso del pensiero che aveva poi dispiegato i suoi effetti a livello sociale. ESATTAMENTE novant’anni fa, nel 1928, veniva pubblicato a Brescia dalla casa editrice Morcelliana, fondata da appena tre anni, il saggio di Jacques Maritain «Tre riformatori», di cui Montini poco più che trentenne curò la tradizione scrivendo anche una prefazione siglata «g.b.m.». Poche pagine di grande interesse nelle quali sono enucleati aspetti chiave di quello che sarà il suo modo di intendere il rapporto con la modernità. Il saggio di Maritain (al quale Paolo VI nel 1965 affiderà il messaggio agli uomini di pensiero e di scienza al termine del Concilio Vaticano II) era dedicato a Lutero, Cartesio e Rousseau, nei quali il pensatore francese individuava le radici del soggettivismo contemporaneo mettendone in discussione i presupposti. Quel soggettivismo che è visto come carattere fondante della modernità del pensiero, di un pensiero che si autodetermina, che pretende di farsi da sé, declassando a un livello funzionale o secondario il rapporto di conoscenza della realtà. Questa posizione è all’origine delle tre rivoluzioni dei cosiddetti «riformatori», religiosa con Lutero, filosofica con Cartesio e sociale con Rousseau. Montini, nella prefazione al saggio di Maritain, denuncia la debolezza di un pensiero che si è fatto a sua volta dogmatico: «le tre grandi rivoluzioni, eufemisticamente chiamate riforme, di cui soffre l’anima ed il secolo nostro, e di cui, infatuata com’è di quei dogmi riformatori, l’età nostra non riesce a scoprire né rimedio, né scampo». Soprattutto per lui è paradossale che coloro che «si gloriano» della modernità come ragione di vita e di pensiero non si rendano conto di quanto la loro posizione soggettivista, di «relativismo individualista», non sia «una fonte ed una veste di libera personalità, ma un abbandono inavvertito e spesso servile all’opprimente gioco delle condizioni esteriori in cui essi hanno cominciato a studiare e a pensare». Parole pesanti che meriterebbero di essere memorizzate anche oggi per la loro attualità. MA L’AFFONDO di Montini è ancora più diretto quando scrive che i tre riformatori avevano voluto «abbattere il principio della tradizione» sostituendolo con il principio individualista del soggetto che si autodetermina. In realtà però non hanno fatto altro che «inaugurare un’altra tradizione, a cui non il dogma del vero oggettivo è sostegno, ma il dogma arbitrario e asseverante del riformatore». Soprattutto il seguace dei riformatori, continua, dovrebbe accorgersi che a questi mancò proprio la cosa per la quale sono diventati celebri: «a Lutero mancò la religione, a Cartesio la ragione, a Rousseau la moralità sociale». Insomma per Montini proprio ciò che i tre riformatori avrebbero dovuto riportare all’autenticità originaria venne del tutto travisato: «negarono il principio delle cose prese a riformare». Dopo Lutero la religione si è così piegata in religiosità «rimanendo senza altro contenuto che l’emozione dell’uo- mo rifatto cieco sui misteri di Dio». Dopo Cartesio la filosofia «si umiliò nel dubbio, fino a disperare del vero», appagandosi del proprio immanentismo. Dopo Rousseau la società, perso «il primitivo amore che l’unificava» decadde «soccombendo travagliata da furori sovversivi e anarchici». Una descrizione magistrale della parabola del pensiero moderno che non ha bisogno di commenti. In questa disamina critica va sottolineato che Montini non contrasta mai la modernità opponendo diverse categorie morali, ma la prende alle spalle, riproponendo un dato di natura, quello «dell'inclinazione dell'uomo verso il suo principio e verso il suo ultimo destino». In tale prospettiva va letto anche l’invito finale ai giovani a essere cauti prima di inventare sistemi nuovi procedendo «nel pensiero e nella vita con la spavalda e avventurosa libertà degli egoisti e dei rivoluzionari». Sana sapienza della storia. •