«La condanna ci dà
giustizia anche se
Stefania non c’è più»

I poliziotti fuori dall’abitazione del quartiere Perlasca FOTOLIVE
I poliziotti fuori dall’abitazione del quartiere Perlasca FOTOLIVE
Paola Buizza 07.11.2017

Paola Buizza

Nessun rancore, tanto meno odio. Ma l'appagamento, quello sì, per un desiderio di giustizia che non è stato tradito. Aldo Lombardi e la moglie Elena hanno visto confermare la condanna a dieci anni e quattro mesi di carcere per Lorenzo Sulas, 42 anni, convivente della figlia Stefania che il 19 gennaio 2016, al termine di una lunga serie di vessazioni, minacce, aggressioni, l'accoltellò allo stomaco nella loro abitazione del quartiere Perlasca, in zona Lamarmora, a Brescia.

LA CORTE D'APPELLO ha confermato interamente la condanna inflitta al termine del processo di primo grado lo scorso aprile. Tre mesi dopo, a luglio, Stefania Lombardi è morta a seguito dell'aggravarsi di una patologia ai reni di cui soffriva da tempo. Una tragedia dinnanzi alla quale, spiega l'avvocato Mattia Guarneri che ha assistito i genitori - tutta la vicenda processuale è passata in secondo piano. Papà Aldo – che la notte dell'aggressione alla figlia perse un occhio cercando di difenderla – e mamma Elena, hanno comunque seguito in aula ogni fase, con profondo dolore ed emozione ogni qual volta, inevitabilmente, la drammatica escalation di violenza di cui è stata vittima la figlia veniva ripercorsa. Presente, a pochi banchi di distanza, Lorenzo Sulas.

«La direttiva della famiglia è stata quella che il processo si svolgesse con compostezza e senza aggravare toni. Una difesa prevalentemente di carattere tecnico – spiega Guarneri - ci siamo limitati a monitorare la situazione senza alcuna velleità risarcitoria o accanimento. L'unico obiettivo era quello di avere giustizia per la figlia». E loro hanno atteso quel giorno con compostezza e silenzio, anche per Stefania che non ha potuto vedere condannato quell'uomo cui la legava un amore malato.

I litigi in casa erano frequenti.Polizia e carabinieri erano intervenuti più volte per riportare la calma, Stefania era anche stata ricoverata per pestaggi che però non aveva mai voluto denunciare. Per paura, aveva raccontato agli inquirenti. Un comportamento frequente tra le vittime che spesso per paura, appunto, o per vergogna, custodiscono il doloroso - e rischioso - segreto.

QUEL MARTEDÌ 19 gennaio segnò, per Stefania Lombardi, l’epilogo più grave. La lite iniziò verso l'ora di cena per la folle gelosia che il compagno non riusciva a tenere a freno; un uomo con precedenti penali. Poco dopo le 21 Stefania telefonò ai genitori, residenti in una palazzina distante un centinaio di metri: «Correte - li implorò - stiamo litigando». Papà e mamma non persero tempo e arrivati nell'appartamento cercarono di placare la rabbia di Lorenzo, invitandolo ad andarsene. Ma il «genero» era fuori di sé e, andato in cucina, aveva prelevato un coltello dal cassetto e dopo aver minacciato la convivente di morte, la pugnalò al ventre. Il padre di Stefania cercò di difenderla, rimediando violenti pugni e qualche fendente. La madre venne scaraventata a terra.

La polizia, al suo arrivo nell’appartamento, trovò Stefania stesa sul divano in un bagno di sangue con la ferita all’addome e i due genitori con i segni dell'aggressione. Sulas era in bagno, si stava lavando. «Voleva togliersi il sangue» disse il capo pattuglia intervenuto. Con difficoltà i poliziotti riuscirono a portar via Sulas, nelle sue ultime parole la rabbia ancora in circolo: «Non rompete, arrestatemi pure che tanto appena esco li ammazzo tutti» aveva urlato agli agenti che lo avevano bloccato. Ma dal carcere non è più uscito, vista la sua pericolosità sociale. Tentato duplice omicidio e lesioni gravissime, l’accusa per Lorenzo Sulas che, durante il processo d’appello, è rimasto in silenzio assistendo, infine, alla lettura della seconda sentenza di condanna.

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