Il destino del
Bigio rinviato a
chissà quando

La statua «Era fascista»
La statua «Era fascista»
Eugenio Barboglio 11.10.2018

Ennesima fumata grigia nella vicenda del Bigio che covava sotto la mostra di Paladino. Finita «Ouverture», si sapeva che al contrario di tutte le altre opere la Stele nera sarebbe rimasta in piazza Vittoria. Ma per quanto, non era che una delle incertezze di questa infinita storia. Non lo sapeva neanche la Sovrintendenza. E infatti il sovrintendente Giuseppe Stolfi della proroga se ne è lamentato formalmente (una lettera) con il Comune: ne aveva appreso dalla stampa, non ufficialmente dalla Loggia. Così ieri il sindaco Del Bono e la vice Castelletti hanno incontrato Stolfi. Oltre che della stele che resta, hanno parlato del Bigio che va. Dove però non si sa. IL COMUNICATO uscito dall’incontro ripete la formula usata anni fa, quando il Bigio era da poco stato svegliato dal suo sonno nei depositi del Comune. Dice la nota congiunta: «Costruiremo un percorso che, nel tempo, permetta di offrire alla città una riflessione storica, politica, artistica e urbanistica sul ruolo e sul valore della statua». Tranne un paio di sottolineature, nulla di nuovo. E tanto meno di certo, visto che in questi anni la destinazione ultima del Bigio è stata associata al castello, a campo Marte-Quilleri, al Moca, di recente anche al Quadriportico della stessa piazza Vittoria, e si sussurrò pure di una sistemazione nella fabbrica Palazzoli a San Bartolomeo. Ma le sottolineature nel comunicato sono interessanti: la mesealizzazione è tappa intermedia; un museo sì, ma non per restarci. C’è una meta successiva e definitiva, ma sconosciuta, e «nel tempo». Intanto l’Era fascista resta nella sua gabbia di legno. Eppure c’era qualcuno che se la sarebbe presa volentieri, sia a titolo definitivo (il museo sul Ventennio di Salò) e, forse non se ne è mai parlato, anche a titolo temporaneo (la Fondazione Prada la voleva per la mostra sull’arte italiana tra le due guerre che si è chiusa il 25 giugno). Ma Del Bono ha detto di no sia a Giordano Bruno Guerri, direttore del Musa, che a Germano Celant, curatore di Post Zang Tumb Tuuum, la mostra alla Prada (Nel caso del prestito alla fondazione milanese forse condizionato dal fatto di risvegliare una polemica in piena campagna per la rielezione). Sia come sia, non se ne è fatto nulla in ogni caso. OLTRE CHE delle ipotesi di location, anche dei pareri non se ne è fatto nulla in questi anni. E ne sono stati chiesti, di pareri: ad un comitato di saggi guidato da Massimo Minini, che chiuse i lavori auspicando un’ampia riflessione ma senza escludere la ricollocazione in piazza, alla Sovrintendenza che fa un discorso di coerenza stilistica e lo rivuole sul basamento, al Ministero della Cultura che sconsigliò vivamente visto che era la città della Strage di piazzaLoggia ed era l’indomani della condanna (ma era il Governo Renzi). Dopo anni l’unica certezza resta la musealizzazione, ma manca ancora il... museo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA