«Ho sentito il padre, non è in cella»

Il negozio in cui Sana  aveva  la sua attività è stato messo in affittoIl biglietto da visita dell’agenzia di pratiche auto di Sana in via Berchet
Il negozio in cui Sana aveva la sua attività è stato messo in affittoIl biglietto da visita dell’agenzia di pratiche auto di Sana in via Berchet
Jacopo Manessi 22.04.2018

Il possibile colpo di scena arriva proprio dall'abitazione di via Bevilacqua 40, a Brescia, in cui Sana Cheema viveva. «Intorno a mezzogiorno, ho chiamato il padre di Sana al cellulare: mi ha parlato al cellulare, è libero. Come può essere stato lui, se non è in prigione?». A parlare è Nasser, giovane tunisino ospite della casa al primo piano della palazzina da circa un mese, che racconta la sua versione e mostra, sul suo telefono, l'elenco delle chiamate. Lavora come corriere, fa orari massacranti e ha incrociato solo di sfuggita Mustafa, il padre di Sana. «È partito 15 giorni fa – conferma – dicendomi che sarebbe tornato dopo un mese, e quindi tra due settimane. L'ho sentito scosso e triste da quanto accaduto, e mi ha confermato che la figlia è morta a causa di un malore». Dichiarazioni che infittiscono un giallo dalle mille sfumature. Una di queste è l'attività lavorativa di Sana: la serranda del suo negozio in via Berchet 40, poco lontano dalla residenza è abbassata. Sopra c'è un cartello con scritto «affittasi». In quegli spazi la 25enne pakistana aveva deciso di mettersi in proprio, aprendo la Sana Driving License, con cui aiutava gli stranieri a sbrigare pratiche e burocrazia per conseguire la patente di guida. Possibile che, da un giorno all'altro, abbia deciso di abbandonare tutto e partire? Al bar La Nuova Latteria se la ricordano bene, e i dubbi si concentrano proprio su questo aspetto. «In un paio di giorni, o poco più, ha svuotato tutto e se n'è andata – svela Alberto, un cliente del locale –. L'attività era aperta da circa un anno, non di più. Sana era una ragazza a cui piaceva vivere alla occidentale: portava i jeans, usciva. Una giovane come tante altre». Se la scelta di lasciare Brescia rappresenta un primo nodo su cui ragionare, una questione altrettanto nebulosa è quella del ragazzo di cui Sana era innamorata. Nei fatti, nessuno sa chi sia o l'ha mai incontrato. Nè alla Nuova Latteria («Per quanto ne sapevo io era single» aggiunge Alberto) né da Isa Style Acconciature, il negozio di parrucchiere proprio sotto casa di Sana. «Non l'abbiamo mai vista accompagnarsi con qualche ragazzo. La vedevamo passare molto spesso, da sola, e ci salutava – spiegano le dipendenti –. Inizialmente lavorava all'autoscuola Omar, poi ha deciso di mettersi in proprio e aprire in via Berchet». DIFFICILE TROVARE risposte all'interno della comunità pakistana e islamica della zona. Anche se qualche voce trapela. «Il padre frequentava la moschea di via Fratelli Bonardi, non era una persona troppo integrata rispetto a Sana e alla madre – svela un membro del quartiere, che preferisce restare anonimo –. Aveva mantenuto abitudini analoghe a quelle dei villaggi pakistani». Mentre dal centro culturale di via Volta le notizie che arrivano sono di tutt'altro tenore. Parla Sajad Omar, referente della stessa: «Abbiamo anche noi ricevuto la notizia, ma per ora l'unico aspetto confermato dal Pakistan è che questa ragazza è morta – il comunicato –. Ci sono però molti lati contraddittori: qualcuno dice che è stata ammazzata, qualcuno ha scritto che è stata sgozzata. Per le informazioni che abbiamo ricevuto noi dal villaggio, sembra che abbia avuto un malore e che sia deceduta nella corsa in ambulanza verso l'ospedale. Restiamo comunque in attesa di avere dati più precisi». Per ora le difficoltà nelle comunicazioni non stanno aiutando. E la sensazione è quella di un puzzle ancora indefinito, con una numerosa serie di tasselli da ricomporre per arrivare alla verità dei fatti. • © RIPRODUZIONE RISERVATA