«Ci ha sparato, per fortuna a salve»

Mirko Giacomini con il padre Bernardino nella casa di via Santa LuciaL’operaio di 45 anni è parso molto scosso, ma sollevato FOTOLIVE
Mirko Giacomini con il padre Bernardino nella casa di via Santa LuciaL’operaio di 45 anni è parso molto scosso, ma sollevato FOTOLIVE
Paola Buizza 19.01.2019

«Per fortuna ci sono storie che finiscono non proprio male». Sollevato ma ancora spaesato dall'improvvisa e paurosa avventura, Mirko Giacomini, sollecitato dal papà Bernardino, si concede per qualche minuto alla stampa. Nella speranza di poter avere, poi, un po' di pace. L'«assedio» sotto casa dei genitori, in via Santa Lucia a Sopraponte di Gavardo, inizia di buon mattino. La notte è stata lunga, e ancora di più lo sono state le 48 ore trascorse sotto la minaccia di un'arma. Verso le 11 l’operaio 45enne esce dalla caserma di Gavardo su un'auto e portato a casa dei genitori. MAMMA MARIELLA, con comprensibile protezione, ripete ai giornalisti che Mirko è stanco, e deve riposare. Eppure papà Bernardino, con gli occhi umidi di gioia e pazienza, intercede. D'altra parte è un momento di gioia, e c’è anche voglia di condividerlo. «Caspita, sì che sono felice!», ripete Bernardino Giacomini, a fianco del figlio che premette: «Ho passato due giorni scomodi, diciamo. Ma lui non mi ha fatto del male. Lui è Abdeleouahed Haida, il marocchino di 37 anni che l'ha rapito e tenuto sotto mira di una scacciacani da martedì notte fino a giovedì sera. Non ha mai avuto l'impressione volesse fargli del male? Gli viene chiesto. «Forse un po' - risponde il 45enne. Ma poi si è reso conto che non avrebbe risolto il problema facendoci del male». Haida puntava ad un confronto a tre. Nonostante il matrimonio con Angela fosse in crisi, spiegherà agli inquirenti, lui era ancora innamorato. Lei, invece, si era allontanata. Colpa, secondo Haida, di quel collega di lavoro che accompagnava Angela a casa. E il sospetto, o la convinzione, che tra i due ci fosse una relazione, è diventato un tarlo. «Ero un collega di lavoro e le davo dei passaggi - spiega invece Mirko Giacomini -. Parlavamo dei nostri problemi, c'era una certa simpatia. Ma niente altro. Con lei non ho avuto alcun rapporto». Ma Haida non ci credeva. «Voleva portarmi dalla moglie affinché ammettessimo quello che pensava lui. Ma io ho detto la mia verità», continua Mirko Giacomini. «Non mi ero legato - racconta, ripercorrendo a mente gli ultimi due angosciosi giorni -, ma non potevo fare nulla, lui aveva una pistola in mano. Io non conosco le armi, non mi piacciono. Pensavo fosse vera». Nascosti nel sottotetto della palazzina a Castello di Villanuova sul Clisi, al freddo, dice che si sono arrangiati. L'operaio non sapeva che giù, in strada, ci fossero i carabinieri. Haida, che per resistere all'addiaccio aveva procurato dell'acqua, probabilmente sì. «Poi ha deciso di andare a casa di Angela. Forse per parlare. Voleva qualcosa da mangiare. Lei ha preso acqua e crackers e a un certo punto c'è stata una colluttazione fra loro. La spintonava, continuava a dirle che io e lei stavamo assieme, e ha sparato due colpi. Ma non ho visto sangue. Poi ha sparato a me. Anche quel colpo per fortuna era a salve». IL RESTO è cronaca con l'arrivo dei carabinieri, la trattativa per la resa e la fine di un incubo. Mirko Giacomini, sfinito, accenna un sorriso bonario: «Non è un criminale, è solo un delinquente», dice di Haida. Ma il dubbio che quell'arma fosse vera, Mirko Giacomini, l’ha avuto fino all'ultimo minuto. Ora è tempo di ricominciare. Circondato dall'affetto dei suoi cari. «Ho solo voglia di mangiare qualcosa con i miei genitori e stare un po' con loro. Niente altro», confida. • © RIPRODUZIONE RISERVATA