Brescia e il
business
delle mostre

Visitatori intenti a riprendere con il cellulare le opere esposte nella mostra «A life: Lawrence Ferlinghetti» in Santa Giulia FOTOLIVE
Visitatori intenti a riprendere con il cellulare le opere esposte nella mostra «A life: Lawrence Ferlinghetti» in Santa Giulia FOTOLIVE
Eugenio Barboglio 14.02.2018

Le pubbliche amministrazioni si sono buttate come pesci nelle mostre. Ne organizzano di continuo, di tutti i tipi: arte moderna, Rinascimento, fotografia... Va bene tutto. Basta che intercetti quella figura ambitissima che è il turista culturale. Quello del soggiorno breve, del mordi e fuggi. Questa è probabilmente la ragione principale per la quale si fanno mostre nelle città, che siano città d’arte o che lo vogliano diventare. Ma ce ne sono altre di ragioni: la più affine è il mitico indotto, ossia far lavorare alberghi, ristoranti e bar, usare i palazzi pubblici altrimenti privi di una destinazione, mostrare che la città è viva, non ultimo acculturare. Anche Brescia è in questo trend: Ferlinghetti e il Dadaismo, Chagall e Mc Curry, Tiziano... Ma chi sono gli interpreti di questa furia mostrista? Gli interpreti pubblici, beninteso, perché poi c’è tutto il sottobosco delle gallerie private. I soggetti pubblici sono due: Brescia Musei, sponda Comune, e Fondazione Provincia di Brescia Eventi, sponda Broletto. Quest’ultima, in realtà, non ha l’esclusiva per l’ente guidato da Mottinelli: palazzo Martinengo, la location privilegiata per le mostre, è affidata agli «Gli amici di palazzo Martinengo». BRESCIA MUSEI ha cambiato molto cinque anni fa. Un nuovo statuto le ha conferito tutti i musei e siti monumentali. Per 20 anni. Ma ha perso soci finanziatori come Cab e Camera di commercio. La nuova Brescia Musei si è presentata con un manifesto: valorizziamo il patrimonio, basta con le esposizioni «chiavi in mano» che non lasciano alcuna professionalità nei dipendenti della Fondazione, nessun know how da spendere poi. È stata fedele alla linea? È stata coerente con la premessa? Il presidente Massimo Minini, all’atto dell’insediamento, aveva fatto capire che il filone mostre, non essendoci grandi capitali, andava interpretato secondo il seguente principio: basso contenuto economico ma alto contenuto di idee. Le idee, meglio se provocatorie, avrebbero compensato i non grandi mezzi. E nel frattempo permesso di concentrare il fuoco sulla valorizzazione del patrimonio. All’orizzonte c’era e c’è la grande priorità: la riapertura della Pinacoteca, operazione tutt’altro che a costo zero. Paladino, Dada, Ferlinghetti: anche se non si può parlare di provocazioni («Le iniziative culturali dovrebbero spiazzare, ma non è il caso di Brescia», dice Tino Bino) hanno seguito questa idea di fondo. Paladino ha prestato gratis le opere, Dada ha organizzato pezzi in gran parte dei musei civici e di collezioni private bresciane... Al contrario, McCurry o la strana coppia Chagall-Fo rispondono ad una concezione inversa, quella della ricerca sul mercato del nome di impatto, del pacchetto preconfezionato, e al massimo personalizzato da Brescia Musei. Un’impostazione che non è molto lontana da Goldin, e che punta a stimolare l’indicatore del numero di visitatori. Senza sottovalutare un aspetto: per la pubblica amministrazione la cultura è una leva di consenso. UN MUSEO non può completamente prescindere dalle mostre per vivere. Oltre ad alimentare i servizi collaterali, come bookshop e caffetterie, creano abitudine a frequentare le sale. Agostino Mantovani, ex numero uno della Fondazione ricorda: «Durante la stagione di Goldin il 10 per cento dei visitatori si fermavano almeno una notte. E con i numeri di allora vuol dire 40 mila persone». Tino Bino mette però in guardia dall’eccessiva frammentazione dell’offerta, anche se di qualità: «Per diventare sede di riferimento di mostre occorre che una città si specializzi». Insomma, Brescia Musei la premessa mininiana in parte l’ha tradita e in parte è rimasta coerente, scegliendo un mix di commerciale e nicchia. Fino a toccare, grazie all’apporto della quarta cella del Capitolium, i 200mila visitatori ai musei. Un dato strabiliante? Una svolta rispetto al passato, come spesso ripetono in Loggia? Non è così. «I numeri si facevano anche prima - concordano Bino e Mantovani -: la mostra sui Longobardi ad inizio Duemila registrò 180 mila ingressi. Basterebbe quella a pareggiare i dati attuali». La progressione è reale rispetto al 2012 e 2013, periodo particolarmente depresso, segnato dallo shock dello scandalo Artematica. Ma prima di allora, i numeri dei biglietti non avevano nulla da invidiare agli attuali. Anzi. Mostre come Matisse e Inca, al netto dei dati gonfiati da Brunello, superavano i 200 mila ingressi. La prima mostra sugli Impressionisti di Goldin addirittura il mezzo milione. Una deviazione dalle premesse, la rileva anche la gallerista Chiara Fasser: «L’annuncio di Fbm era stato di coinvolgere nelle proposte le gallerie private, ma non è avvenuto. Per il Photo Festival ci chiesero un’iniziativa parallela, ma non l’hanno promossa e nessuno sè mai visto in galleria. A questa Brescia Musei riconosco molto attivismo, meno un disegno ragionato». Sempre Minini e sempre nell’occasione dell’insediamento lanciò un appello al mondo privato, affinché facesse come il conte Tosio. Fosse cioè generoso di sostegno alla cultura. In qualche caso aziende hanno risposto, perlopiù finanziando restauri. Ma di conti Tosio non se ne sono visti. E sebbene lo statuto della Fondazione lasci spazio a nuovi soci, nessuno si è aggiunto al tavolo. «Credo sia mancata l’apertura alla città. La Fondazione è rimasta troppo chiusa in sé, non realizzando appieno il proprio modello di fondazione di partecipazione», dice Marco Vitale, economista ed ex cda. «Alla fine - dice Bino - questo statuto non facilita i privati. Di fatto tutto passa dalle procedure del Comune, che è il dominus». Le gestioni di musei e mostre avrebbero dovuto esser tenute separate, secondo Bino, che cita l’esperienza di Brescia Mostre negli anni Novanta: «Era un organismo indipendente che attraeva finanziatori. Ma facevamo solo mostre. Il rapporto capitali pubblici-privati? uno a nove». Ora invece è difficile fare a meno del contributo comunale, che dovrebbe servire all’ordinaria amministrazione dei musei. Adesso i privati al più accettano di fare gli sponsor, spesso dell’ultima ora, e dopo assiduo corteggiamento. «Il problema dell’insufficiente apporto dei privati non è un caso bresciano, ma di settore. Riguarda tutte le istituzioni culturali italiane - avverte Chiara Rusconi gallerista e anche lei ex cda - All’estero sono fortissime le detrazioni fiscali. Lo vedo con i collezionisti con cui lavoro: negli Usa entrano nel board delle fondazioni. In Italia c’è l’Art Bonus, ma è uno strumento insufficiente». LONTANO il tempo di Brescia Mostre, ora palazzo Martinengo è gestito più alla buona. Se il Comune ha una fondazione che pubblica bilanci e collaborazioni ed è diretta da un professionista, Luigi Di Corato, scelto attraverso un bando pubblico, il Broletto per sei mesi l’anno la sua sede per le mostre la dà gratuitamente a un’associazione: «Gli Amici di palazzo Martinengo». Una concessione diretta che risale alla Giunta Molgora, formalizzata con delibera del 2014: comodato gratuito (salvo 6 mila euro per le spese ordinarie) fino all’anno prossimo. E tacitamente confermata dall’attuale Giunta. «Brescia Mostre si muoveva autonomamente, ma era inserita in un bilancio pubblico» ricorda Bino. Nel caso degli «Amici» non c’è bando, e non si sa se altri avrebbero proposte di investimento e di rassegne migliori. Rassegne che il più delle volte richiamano il classico modello «Da...a»: da Picasso a Morandi, da Heyez a Boldini. Il giudizio di Mantovani sulle mostre di Dotti è di «sufficienza». Sottolinea il merito di avere risollevato il palazzo dopo il periodo buio seguito alla fine di Brescia Mostre. «Si sta facendo il possibile con pochi mezzi - afferma -. Ed è sicuramente meglio di niente». Marco Vitale apprezza l’idea di far vedere i quadri «nascosti» nelle collezioni private - il tema delle ultime due mostre di Dotti: «Il coinvolgimento dei privati nei prestiti è un esempio di apertura alla città». • © RIPRODUZIONE RISERVATA