Pietro Marzotto, il ricordo divide Manerbio

Uno scorcio del degrado dell’ex stabilimento MarzottoFabbrica e case di Manerbio all’epoca d’oro dell’azienda L’industriale Pietro Marzotto
Uno scorcio del degrado dell’ex stabilimento MarzottoFabbrica e case di Manerbio all’epoca d’oro dell’azienda L’industriale Pietro Marzotto
Nello Scarpa 28.04.2018

Per qualcuno è stato uno modello di capitalismo illuminato, per altri una parabola di imprenditori aristocratici che hanno sedotto (e abbandonato) il paese col paternalismo dei colonizzatori. Se il giudizio storico resta sospeso, una cosa è certa: nonostante della famiglia Marzotto restino soltanto scoloriti ricordi, una scuola materna e un ingombrante relitto industriale, l’impronta impressa dagli industriali tessili veneti fa parte del dna di Manerbio. Lo conferma l’onda di ricordi innescata dalla morte di Pietro Marzotto, nipote del fondatore dell’azienda Gaetano che proiettò fuori dall’orbita rurale il paese. L’epopea Marzotto in realtà è tramontata dal 2003, anno della chiusura dello stabilimento di 90 mila metri quadri, un paese nel paese. Un’epopea al via nella primavera del 1928 quando Gaetano Marzotto rileva il lanificio Antonioli fondato dai francesi. La ricchezza d’acqua della zona, i telai «Spectre» della Stocchetti e un consistente pacchetto di titoli di credito spingono la famiglia veneta (che nel 1836 ha aperto un sito a Valdagno) a mettere radici industriali sul Mella. All’inizio degli anni ’30 nello stabilimento lavorano già 500 persone. La guerra non scalfisce l’attività, anche perchè la proprietà assume le mogli e le figlie degli operai al fronte. Nel 1947 la produzione è quasi raddoppiata rispetto al 1940. È il momento di maggior splendore: nel quadriennio 1954-59 impiega 3.100 persone. INTANTO Manerbio è diventato un paese fabbrica: a cavallo della Seconda guerra mondiale, la famiglia Marzotto e poi la Fondazione voluta dalla contessa Margherita realizzano il dopolavoro con annesso bocciodromo, il cinema Astra, il villaggio dei dipendenti «Le Ville» (ancora esistente), il dormitorio e i bagni pubblici, la cucina benefica e la scuola di avviamento professionale. Tutto in stile littorio. E ancora, campi da tennis, lo stadio (la Marzotto Manerbio approderà in serie C agli inizi degli anni ’40), la piscina e un albergo quartier generale della scuderia Ferrari guidata da Giannino Marzotto durante la Mille Miglia. PER IL PILOTA industriale, che sotto la tuta indossa sempre il doppiopetto, Manerbio è un amuleto: vince la Freccia Rossa nel 1950 e nel 1953. La prima volta a 22 anni guida una Ferrari color carta da zucchero, un «look» scelto in alternativa alla livrea rossa per fare dispetto a Enzo Ferrari con cui ha avuto una discussione nel pre gara. Leggendario il secondo trionfo in rimonta sull’Alfa Romeo di Juan Manuel Fangio. Vede la luce anche la «Rinascente Marzotto», una sorta di antesignano outlet in cui muovono i primi passi gli imprenditori del futuro, fra cui Giuseppe Soffiantini. La Marzotto detta i tempi della vita sociale. Per volontà della famiglia, che organizza soggiorni al mare per i figli dei dipendenti, a Manerbio arrivano le suore di Maria Ausiliatrice e viene aperto l’asilo con orari calibrati a quelli delle mamme che lavorano ai telai. «Dai cuscini alle coperte, passando per le posate e persino i sacchetti dei dolci di Santa Lucia, erano marchiati col simbolo del lanificio - racconta Roberto Pietta nipote e figlio di operai -. A pensarci ora sembrava di stare in un romanzo di Orwell, ma la verità è che grazie a quella fabbrica non ci mancava nulla». Nel 1963 qualcosa si incrina col primo sciopero sostenuto dal parroco dell’epoca. È l’inizio di un lento declino, legato anche ai processi di delocalizzazione con l’apertura di stabilimenti in Lituania e nella Repubblica Ceca. Nel 1972 Pietro Marzotto succede al papà Gaetano junior attuando una diversificazione, e nel 1973 la crisi petrolifera costringe i vertici a due ristrutturazioni che toccano anche il Bresciano. È il preludio alla campagna di acquisizioni del Gruppo in Italia: Bassetti e l’Opificio Nazionale (1980), Lanerossi (’87), Guabello e Hugo Boss (’91). INTANTO nel grande sito produttivo della Bassa l’occupazione cala. Nel 1980 i dipendenti sono poco meno di mille. Nel ’90 520. Nel ’94 parte lo stabilimento di Nuova Mosilana, nella Repubblica Ceca. Nel ’99 a Manerbio lavorano 450 persone, ma nel 2000 chiudono i reparti di finissaggio e tintura (per un totale di 140 «esuberi»). Fra dimissioni volontarie e pensionamenti, l’organico scende sotto i 300 addetti. Nel 2001 la proprietà ricorre alla cassa integrazione, e a novembre 2002 il direttore generale annuncia lo stop della tessitura. È il prologo alla dismissione definitiva. •