«Da Berlino a
Rezzato: è il mio
viaggio nel calcio»

Alberto Gilardino: da pochi giorni è diventato vice allenatore del Rezzato
Alberto Gilardino: da pochi giorni è diventato vice allenatore del Rezzato
12.10.2018

Campione del mondo. Basterebbe quest’etichetta a fare di Alberto Gilardino il personaggio dell’anno di tutto il calcio bresciano. Non succede tutti giorni di ritrovarsi come «vicino di casa» uno che ha alzato la Coppa al cielo di Berlino. Si può dire che il suo arrivo improvviso nello staff tecnico del Rezzato, come direttore tecnico e vice di Luca Prina, abbia colpito il movimento provinciale dritto al cuore. E’ una questione di sentimenti e ha innescato un ping-pong di reazioni pressoché ovunque: da Ponte di Legno a Pralboino, da Urago d’Oglio a Limone del Garda. Da giorni se ne parla nei bar, sui campi, nei capannelli degli appassionati. Se la generazione dei nati tra gli anni Quaranta e Sessanta ha avuto il tempo di metabolizzare la presenza nei dintorni dei vincitori di Spagna 1982, per i millennials avere a che fare con un campione di Germania 2006 è adrenalina pura. Alberto Gilardino è entrato in provincia con l’intenzione di starci il tempo necessario per la propria crescita da allenatore. Non più con la forza dirompente che aveva in campo, quando giustiziava, tra le altre, anche il Brescia di Baggio e Guardiola, ma in punta di piedi, come ogni tecnico agli inizi. Gilardino, inizia una nuova avventura da allenatore. Preoccupato? «Niente affatto, ho grandi stimoli e tanta voglia di mettermi alla prova nel mio nuovo ruolo». Prima di parlare di Rezzato, consente un paio di pillole sul suo passato da calciatore? «Certo». In fin dei conti non è cosa da tutti i giorni avere un campione del mondo a portata di mano. «Pensi che io stesso sto accorgendomi di aver vinto il Mondiale solo negli ultimi tempi». Giura? «Confermo!» E perché? «Prima ero concentrato sul campo, sul calcio giocato, pensavo solo al presente e non guardavo mai indietro. Al rientro dalla Germania abbiamo festeggiato forse due giorni, poi le vacanze, quindi la nuova stagione». Da non credere... «Eppure è stato così. Quando giochi non devi guardarti indietro mai». Ora che ha smesso possiamo essere un po’ nostalgici? Che dire, del suo rapporto con Brescia quando era calciatore calciatore? «In questa città sono sempre venuto volentieri. E si può dire che la mia ascesa nel calcio che conta sia proprio iniziata contro il Brescia». Racconti. «Nel 2002, alla prima giornata, contro la squadra allora allenata da Carletto Mazzone. Giocavo nel Parma, l’allenatore mi chiamò dopo l’infortunio capitato a Adriano, entrai e segnai la rete del definitivo 4-3». Il tecnico di quella squadra era Cesare Prandelli, giusto? «Corretto». Bresciano anche lui.. «Certo, di Orzinuovi. E’ stato un tecnico determinante per la mia crescita come calciatore. Con lui sono stato due anni a Parma, avevamo un buonissimo rapporto e potrei dire che in qualche modo sia stato tra gli artefici della mia esplosione». In che modo? «Ero un ragazzo ancora molto giovane, a livello fisico e psicologico lui e il suo staff mi aiutarono a crescere in fretta. Mi hanno dato una grossa mano». A proposito di bresciani... Lei ha condiviso un lungo tratto di carriera con Andrea Pirlo. Vi sentite ancora? «Certo che sì. Siamo grandi amici e abbiamo un confronto quasi quotidiano. Abbiamo frequentato insieme il corso da allenatori, conosco bene la sua famiglia e i suoi figli. Mi ha fatto anche l’in bocca al lupo per questa nuova avventura». Si può dire che sia stato uno dei più grandi calciatori con i quali ha giocato? «Assolutamente. Giocare con lui è stata una fortuna autentica. E’ stato uno dei centrocampisti più forti del mondo nella storia del calcio: difficile dare altri giudizi o addentrarsi nel lato tecnico. Andrea era un calciatore unico. Mi considero fortunato ad aver giocato con lui ma ancor di più ad essere un suo grande amico». A Berlino era al suo fianco. Che emozione è stata? «Qualcosa di unico, di indescrivibile, un sogno che diventa realtà». Un sogno che le ha anche cambiato la vita? «Ad essere sincero no. Come dicevo prima, me ne sto rendendo conto solamente in questi ultimi tempi. Ora che ho smesso ho la testa più libera e posso godermi la vittoria». Quando e come ha capito che era giunta l’ora di appendere le scarpette al chiodo? «E’ stato durante l’estate. Non mi sono mancate le richieste ma ho sentito mancare gli stimoli, non c’era più quella scintilla. A trentasei anni credo di essere arrivato alla fine, sul campo ho dato abbastanza ed è giusto iniziare una nuova avventura». Qualcuno ha sostenuto che lei fosse vicino al Brescia. Verità? «No, non ho mai avuto modo di parlare con la società e non mi sono mai avvicinato alla maglia con la V bianca. Qui però ci sono arrivato lo stesso, seppure in un’altra veste». Come si trova? «Benissimo. Mi piace molto la città, ho parecchi amici nei paraggi». Ha già deciso dove vivere? «Non ancora. Per ora sto in albergo ma presto cercherò una casa in cui stabilirmi. Conto di fermarmi per tutto il tempo necessario». Per tutto il tempo che le sarà concesso da allenatore. Per Roberto De Zerbi furono pochi mesi, poi la sua carriera spiccò il volo verso la Serie C. «Iniziò al Darfo, in Serie D, poi arrivò la chiamata del Foggia. Io soero di crescere per piccoli passi, credo sia fondamentale. La crescita di un allenatore passa da questo». Com’è la sfida di Rezzato? «Affascinante. Con Prina abbiamo tanto lavoro da fare e non vediamo l’ora di farlo. Ora stiamo pensando innanzitutto a dare un’anima alla squadra». Bisogna creare il proverbiale gruppo... Era un pallino di Lippi, vero? «Uno dei tanti segreti che spero di aver preso da lui». Ci vuole anche uno spogliatoio di peso, però, per vincere titoli importanti. In Germania chi era il trascinatore? «Tutti quanti hanno fatto la propria parte. I Mondiali si vincono solo se tutti e 23 ci mettono del proprio». Lei allenerà anche gli attaccanti. Ma l’istinto del gol è allenabile? «Migliorabile senz’altro. Ci sono caratteristiche innate ma di certo si può lavorare per essere sempre più efficaci».