«Mio marito merita il Famedio
E sarà iscritto come Gino»

L’ex presidente del Brescia Gino Corioni, morto l’8 marzo 2016, e la moglie Annamaria Bottazzi
L’ex presidente del Brescia Gino Corioni, morto l’8 marzo 2016, e la moglie Annamaria Bottazzi
09.11.2017

La famiglia non ha avuto dubbi: sul Famedio ci sarà scritto Gino Corioni. Proprio così: Gino e non Luigi, il nome all’anagrafe dell’ex presidente di Ospitaletto, Bologna e Brescia, uno dei 18 bresciani illustri defunti che oggi saranno celebrati con una cerimonia al Vantiniano. «Un omaggio a un uomo che ha dedicato al calcio energia e passione, la sua vita», dice la moglie Annamaria Bottazzi. Un omaggio arrivato a più di un anno e mezzo dalla morte, avvenuta l’8 marzo 2016.

Signora Annamaria, Corioni sarà Gino in eterno?

Quando ci è stata comunicata la decisione della commissione di inserire mio marito nel Famedio, si è posto il problema del nome da far incidere. Per tutti lui era Gino. E così lo conoscevano nel mondo del calcio. Per questo abbiamo optato per Gino Corioni. Del resto, quando eravamo in giro, tutti lo chiamavano in questo modo. E ricordo lo spasso di quando lo riconoscevano.

Può raccontare un episodio?

Una volta eravamo in attesa di imbarcarci al porto di Genova. Si avvicina un tizio e dice: mi scusi, ma io la conosco. L’ho vista ancora in televisione e sui giornali. Ecco, lei è un presentatore.

E suo marito cosa rispose?

Che era proprio un presentatore della tv. A turno è stato pure cantante, artista, attore, giornalista.

E quando lo riconoscevano per chi era davvero?

Negava, diceva che si trattava di un sosia, che non sapeva nemmeno chi fosse ’sto Gino Corioni. Io mi sforzavo di non ridere. Ma aveva ragione Franco Sensi, il presidente della Roma.

Cosa diceva?

Che lui aveva fatto tante cose nell’imprenditoria. Ma da quando era entrato nel calcio, se andava in giro con Andreotti, la gente salutava lui e non Andreotti.

Succedeva così anche al presidente?

Io mi sono resa conto ai tempi del Bologna della popolarità che dà il calcio. Ricordo una delle ultime settimane. Si sapeva che Gino avrebbe abbandonato il Bologna. Andammo in un club di tifosi, cenammo, a una certa ora ci alzammo per tornare a Ospitaletto, salutammo. Accadde una cosa incredibile.

Cosa?

I tifosi si disposero ai lati in modo da lasciare un corridoio verso l’uscita del ristorante. Erano tutti con le sciarpe rossoblù. Una signora molto anziana, piangendo, fermò mio marito: la prego, resti con noi. Una scena che non dimenticherò mai. Come quella cena a casa di Marchesini, il proprietario del centro sportivo del Bologna, a Casteldebole.

Che accadde?

La moglie, una super tifosa del Bologna, fece una torta a forma di campo di calcio. C’era tutto: le porte, le panchine, le linee dell’area, il cerchio del centrocampo. Incredibile.

Soddisfatta del riconoscimento di Brescia?

Devo dire la verità: mi lusinga che venga ricordato in questo modo, spero che la sua figura venga spiegata anche alle generazioni future. Però, lo ammetto, un po’ di amarezza c’è.

Il motivo?

Da vivo non ha avuto tutti questi riconoscimenti, soprattutto nella sua città. E, credetemi, li meritava.

Per il calcio?

Per il calcio, e non solo. Lui credeva tantissimo alla valenza sociale dello sport per i giovani. Diceva che, finché si allenavano e stavano in campo, evitavano di prendere strade sbagliate. E crescevano sani. Con i tecnici delle giovanili, poi, era spietato.

In che senso?

Pensava che, prima che allenatori, dovevano essere educatori. Li sceglieva in base alle qualità umane. E se uno si comportava in modo non appropriato, soprattutto nel linguaggio, non esitava a rimproverarli. In alcuni casi li ha pure allontanati.

Corioni era anche un uomo molto generoso.

Di sicuro. Ha aiutato tante persone. E faceva parte di associazioni benefiche, come la Fondazione Centesimus Annus Pro Pontificem: più volte siamo andati a Roma agli incontri, che avevano un tema ben preciso. E se c’era da aiutare non si tirava indietro. Abbiamo pure incontrato Papa Giovanni Paolo II.

E al Vantiniano chi avete invitato?

Le persone che ci sono state vicine sempre, nei momenti di difficoltà, e mi scuso se ne dimentico qualcuna: il professor Augusto Preti, l’ex rettore dell’Università di Brescia, persona di una sensibilità unica. E Narcisa Brassesco Pace, l’ex Prefetto.

E nel Brescia?

I gemelli Filippini, il dottor Fabio De Nard, per anni il nostro medico sociale; Edoardo Piovani, Andrea Caracciolo: persone che a mio marito hanno voluto bene sul serio.

Il presidente non ha mai rinnegato le sue radici, gli amici di sempre.

Gli piacevano le cose e le persone vere. Ecco perché questo riconoscimento gli è dovuto, anche se avrei preferito che Brescia glielo avesse tributato da vivo e non da defunto.

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